Una risposta ed una spiegazione

Una risposta ed una spiegazione

Sto scrivendo tutto questo (e mi scuso in anticipo perché sarà scritto male) perché qualcuno su FB mi ha fatto notare che non rispondo a quelli che mi scrivono sul blog.

Ed è una cosa che cerco di non fare mai accadere.

Forse è difficile da capire: io chiedo la presenza delle persone, ma non ho la “voglia” di rispondere.

Non è così, solitamente mi manca la forza psicologica di mettermi a scrivere e non hai idea di quanto me ne vergogni.

Sono poche le persone amiche ancora presenti nella mia vita e dovrei mettermi in ginocchio per ringraziarle di esserci, eppure quando l’unica che mi scrive ancora manda una e-mail, alle volte passano anche dieci giorni prima che mi metta a scrivere.

Non perché non le sia riconoscente, ma solo perché debbo trovare il momento giusto per farlo, il momento in cui posso avere la forza per scrivere senza che mi permetta di sommergere chi mi resta ancora vicino delle mie angosce.

A maggior ragione ora che so con certezza di avere perso delle persone che mi erano care proprio per questo motivo.

E, bada bene, non ne faccio loro una colpa, assolutamente.

 

Per rispondere alla tua domanda, direi che siano almeno quindici anni che la depressione mi fa compagnia, forse di più.

All’inizio, quando ero ancora in Italia, erano crisi sporadiche motivate da grossi problemi che erano sopraggiunti.

La morte della mamma e i problemi familiari conseguenti furono una botta tremenda e da lì iniziò la vera discesa.

Eppure conoscevo quella strada, come ho detto altre volte qui sul blog, avevo visto il percorso della mia mamma e dello zio.

E prima ancora della nonna.

Avevo sentito parlare di gravissimi episodi di depressione presenti nella famiglia da parte della mia mamma sfociati in suicidi.

Ma non li capivo, li reputavo “cretinate”.

Erano cose accadute ad altri, che a me non potevano accadere.

Nemmeno avevo capito che la mamma fosse depressa.

La vedevo lì quando andavo a trovarla, seduta in poltrona, sguardo nel vuoto, che faceva una fatica incredibile anche solo a parlare con me o con i suoi nipotini (che pure adorava).

Credo non lo avesse capito nessuno, nemmeno mio fratello che pure è medico.

Io mi sento il peso di questa cosa, una colpa imperdonabile non avere capito e aiutato una persona che stava lentamente annegando.

Tante cose della mia difficilissima relazione “madre-figlia” mi sono state chiare solo quando ho iniziato a capire cosa fosse la depressione.

Solo allora ho compreso come le relazioni interpersonali vanno a picco quando nella tua vita entra questa nera compagna.

E l’averlo capito mi ha fatto stare anche peggio perché mi ha fatto sentire una egoista assoluta, mi ha infilato nella buia strada della “colpevolezza” Da quel momento in poi mi sono sempre sentita colpevole di tutto, ogni cosa che non andava come doveva la sentivo come una mia colpa, il risultato di una mia mancanza, di un mio errore, della carenza di attenzione.

Colpevole! Colpevole sempre e di tutto.

Non ha aiutato di certo questo modo di porsi di fronte alla vita.

E ci sono voluti anni anche per me per accettare che la depressione era nel mio DNA, che la persona forte che credevo di essere stava lottando da anni contro di lei e stava per essere sconfitta.

Per anni ho rifiutato di accettare il fatto che da sola non puoi farcela, che il male oscuro ti impedisce di vedere le cose come sono e ti rallenta, ti rende incapace alla reazione.

Un’unica volta, dopo la morte della mamma, dopo essere stata travolta da accuse in famiglia, da giudizi, da condanne tremende, mi sono resa conto che stavo andando a picco.

E i miei figli erano ancora piccoli e non potevo fare pagare a loro i miei problemi.

Cercai aiuto, una psicologa.

Ovviamente struttura pubblica (allora era l’INAM), non volevo togliere nulla ai miei figli pagando uno strizzacervelli.

Divenimmo quasi amiche. Andai qualche volta, in una occasione anche con la mia migliore amica, direi anzi la sorella che uno si sceglie.

Parlammo di quello che accadeva, del passato, delle mie problematiche.

Alla fine però ero quasi io a farle la terapia al punto che mi suggerì di lavorare nel settore ……… Non mi fu certamente utile, anche se forse mi aveva fatto sentire di essere meno peggio di quello che io ero convinta di essere.

Poi tirai avanti, credendo di dovere lottare io.

Pensavo che le persone “in gamba” dovessero cavarsela da sole.

Dovessero prendere il toro per le corna e metterlo a terra.

Ed io volevo fare parte delle persone “in gamba”, quindi iniziai la mia guerra.

Vedevo intorno a me che tutti erano convinti del loro valore.

Tutte le amiche erano certe di loro stesse, certe delle loro capacità, del loro aspetto fisico, del loro essere ottime madri e mogli, risolutrici di ogni problema.

Io, al contrario, mi sentivo una che non combinava mai nulla di buono ed anche quando ero intimamente convinta di avere fatto un buon lavoro, mettevo le mani avanti dicendo che non era fatto bene, che gli altri lo avrebbero fatto meglio.

Un esempio qualsiasi: facevo le lasagne, o il pane fresco o qualsiasi altro piatto.

Mi dicevano che era buono ed io stessa ero convinta che lo fosse.

Ma la mia risposta era sempre e comunque la stessa: “ Io non sono una buona cuoca, non sono come X”.

Sempre così fino ad esserne convinta.

Ad un certo punto non è nemmeno più esistito il problema: non sapevo fare da mangiare e amen.

Non solo, se qualcuno mi diceva (e mi dice) che qualcosa era buono, la prendevo come una presa in giro, un velato modo per farmi capire che nullità ero.

Bel risultato vero? Eppure questo credo capiti a tutti quelli che vivono nella depressione: imparano a girare al peggio anche le cose buone, non riescono più a vivere le cose belle che casualmente accadono.

Questo intendo quando dico che non si sa più il senso dell’essere felici.

Non si riesce a vedere mai nulla con dei colori morbidi e luminosi, tutto è sempre nero, ti avvolge come un sudario.

Ed è una situazione che peggiora sempre.

Come quando sei su una discesa scivolosa, non esiste possibilità di fermarsi: lentamente o velocemente scivolerai sempre più in giù ed ogni tentativo di risalire serve solo per darti una dimostrazione del fatto che non puoi farlo.

L’esempio che porto sempre io è questo.

Avete presente il film “Poltergeist”? Quello in cui era stato costruito un quartiere residenziale sopra ad un cimitero indiano ed in un notte di tempesta, – diluvio, lampi e tuoni – dallo scavo della piscina iniziarono ad uscire gli zombi per vendicarsi. E la madre scivolò dentro ..

La scena mi creò una angoscia incredibile (io amo i film dell’orrore e thriller): vedevo le persone che erano scivolate nella buca cercare di uscire aggrappandosi a spezzoni di radici, nel fango scivoloso, sporchi ed impauriti.

Guardavano verso il basso, dove vedevano queste orrende figure che uscivano dalla terra ed erano chiaramente intenzionate a prenderli e portarli con loro.

Immagino che la paura non fosse quella della morte o del male fisico, ma quella di un luogo orribile e sconosciuto.

Io la vivevo così e il loro scivolare dopo essere riusciti a guadagnare un metro mi faceva stare male.

Ecco, questo è quello che si prova quando la depressione è entrata nella tua vita.

Lotti per uscirne, magari per un attimo ti pare di stare meglio, ma scivoli indietro e guardandoti alle spalle vedi qualcosa che ti terrorizza.

Ci sono dei momenti in cui ho pensato – e penso – che forse sarebbe meglio smettere di lottare e lasciarsi andare.

Che tutto in fondo potrebbe essere meglio di questa angoscia continua, di questo altalenarsi di stati che però mai sono statti sereni o positivi.

Perché comunque la tua compagna di vita fa sempre in modo di minare anche le cose più belle.

Ecco un altro esempio.

Sempre lei, la mia “Tata”, la mia mezza mela, l’amica insostituibile.

Lei è stata l’unica in tutti questi anni, da che sono in Canada, a venirmi a trovare.

Ben tre volte! Per me i mesi che precedevano questo “evento” erano felici, la aspettavo e immaginavo la gioia dell’abbracciarla di nuovo, dell’essere insieme, del rivivere i nostri “tam tam”, quei momenti unici che solo con lei c’erano, quando insieme pensavamo la stessa cosa, una a caso, ed insieme la dicevamo come fossimo due voci di un unico cervello (o forse meglio… di un unico cuore).

E allora? Mentre i giorni diminuivano ed il momento del suo arrivo si avvicinava, io iniziavo gradualmente a stare peggio.

Assurdo vero? No, chi conosce la depressione sa che è normale.

L’avvicinarsi di un evento felice per me, stava solo a significare che insieme si avvicinava il momento in cui quei momenti che aspettavo con ansia, sarebbero finiti.

E io ero terrorizzata da quel momento.

La sua partenza avrebbe reso la mia vita terribile.

Ed allora perché essere felice della sua venuta? Serviva solo a togliermi dallo stato di narcosi, in cui la solitudine riusciva a pormi.

Essere sempre senza nessuno, non aprire bocca, non avere nessuno con cui parlare, con cui confidarsi e sfogarsi, può essere vissuto in uno stato di assenza di dolore acuto.

I momenti in cui si soffre di più sono quelli in cui sei cosciente di quello che hai perso.

Ma il tempo ti anestetizza, quasi ti abitui alla situazione.

Insomma se vivi sempre al buio, alla fine potresti solo avere un vago ricordo di come fosse bella e piacevole la luce.

Si dimentica o forse si ricorda solo sotto sotto.

Ed il dolore diventa una costante, ma quasi sopportabile.

Triste ma accettabile.

Il rivivere le cose belle, la sua presenza, la sensazione unica che il vivere una amicizia ti da’; tutte queste cose mi avrebbero distrutto alla sua partenza ed io non volevo passarci.

E sono arrivata a dirle di non venire più.

Preferivo privarmi di questa gioia immensa piuttosto che rivivere la sensazione di precipitare nel vortice nero dell’assenza di tutto, della solitudine completa.

A questo si arriva, alla deprivazione di ogni cosa.

Sono passati dodici anni da quando ho lasciato l’Italia e da allora ho potuto pian piano scoprire cosa fosse la depressione.

A maggior ragione perché qui non esiste la possibilità di essere curata.

Curare la depressione – non per nulla si chiama male oscuro o male invisibile – presuppone avere un medico di cui ti fidi, con cui confidarti, che sia disposto ad ascoltarti e consigliarti.

Questo qui non è possibile, non puoi avere un medico “tuo”, cioè un medico che ti segue sempre.

Se sei fortunata, vai nelle cliniche after hours e aspetti di vedere un medico, quello che ti capita.

Un medico che non avrà mai il tempo per ascoltarti, che non ti conosce, che non sa la tua storia e a cui di certo non interessi tu come essere umano.

Sei solo un nome a cui prescrivere esami e pillole, cercando di non esporre lo stato a spese legate a richieste di visite specialistiche (che comunque non potresti avere se non dopo mesi e mesi).

Se a questo si aggiunge il fatto che io – o forse il mio cervello – non riesco a parlare inglese e francese, vi da’ il quadro della situazione.

Cosa ci faccio qui se non posso nemmeno interagire con le persone intorno? Beh, una bella domanda.

Nella realtà io leggo, scrivo, posso seguire la televisione, tradurre a mio marito.

Non credo ci sia nessuna difficoltà nel comprendermi né in francese né in inglese.

Solo che io non lo parlo, o meglio inizio a parlare ed appena prendo coscienza di non parlare in italiano, la testa si svuota e non ricordo più nemmeno una parola della lingua in cui stavo parlando.

E anche portando i fogli con stampata la situazione, l’anamnesi, i problemi, non cambia nulla.

I medici qui non hanno tempo nemmeno per leggere.

Altrimenti come spieghereste che io ho raddoppiato (matematicamente) il mio peso da quando sono arrivata qua e che solo dopo cinque anni si siano accorti dei problemi di tiroide.

E che dopo altri sette anni in cui io ho continuato ad aumentare di peso, nessun medico si sia chiesto se si poteva cercare di fare qualcosa.

Alla fine si rinuncia, si accetta tutto, anche perché la vera condanna a morte non è il coma che ti prospettano a causa della tiroide, e nemmeno il non riuscire più a camminare.

E quando ti vergogni del fatto che quel sant’uomo di tuo marito debba tagliarti le unghie dei piedi, debba fare le pulizie di casa perché i piedi per te sono irraggiungibili e non hai né il fiato né la capacità di movimento per potere anche solo passare l’aspirapolvere; ecco in quei momenti ti rendi conto che vorresti che la tua vita finisse in fretta perché – a sessanta anni – questo non è vivere e non può essere accettato.

E tutto questo dura da troppo tempo.

Non sai quando sei riuscita a percepire un momento di felicità, vivi con l’incubo di fare del male a chi ami e di conseguenza ti trovi ad allontanarli.

Ormai vivo da rinchiusa, rinchiusa soprattutto dentro di me.

La stanchezza infinita che la depressione porta con sé e che nessuno capisce, ti porta a vedere squillare il telefono, leggere il nome di tua figlia e pensare dentro di te: “Non ho la forza, né la voglia di parlarle”.

E se lo fai è una lotta per nascondere quello che hai dentro, per recitare una parte per non dare pensieri o preoccupazioni a chi ami più della vita stessa.

Ma alle volte non riesci a recitare ed allora si capisce il tuo stato d’animo perché sei acida, cattiva… non vorresti ma non riesci ad opporre resistenza a quella cosa dentro di te.

E per questo alla fine preferisci non parlare con nessuno, smetti di rispondere alle e-mail, non ti fai passare nemmeno le cognate al telefono, cerchi di fare rispondere da tuo marito (lui che non risponde mai al telefono e che odia parlare….), lo obblighi a dire che non ci sei o che stai facendo la doccia.

Tutto questo sembra cattiveria, sembra assenza di amore, ma io so che non lo è.

Io so che invece è la più alta forma di amore che una come me possa esprimere.

Perché in questo modo cerchi di salvaguardare quelli che ami, cerchi di tenerli lontani come se tu fossi una appestata contagiosa.

In fondo chi, soffrendo di una malattia contagiosa, non farebbe lo stesso? Io non so se sono contagiosa, ma so che posso solo fare del male a chi mi vuole bene.

E cerco di stare lontana per questo.

Ecco perché il sito è la mia unica speranza.

Lì non posso fare del male ma se arriva qualcuno mi sento meno sola.

Cerco sempre di rispondere, Beatrice.

Se non lo faccio è solo perché non me ne sono accorta.

Magari ci impiego un po’ di tempo, debbo trovare il momento in cui ho abbastanza forza, ma lo faccio sempre.

È difficile anche scrivere qualcosa su FB, mi vergogno a farlo.

Il timore di importunare, di dire troppo, di essere presa per una falsa, mi spaventa.

Quando vedo altre pagine in cui ad ogni post le persone rispondono, in cui sono condivisi i contenuti, in cui gli “iscritti” aumentano di continuo (ed è normale se vengono condivisi i post), io mi faccio prendere dall’ansia.

Mi chiedo se ho rotto l’anima, se forse i miei due post sono troppi, se quello che faccio vedere di me sia sconveniente.

Mille sono le domande che mi pongo e l’unica sensazione che resta è quella della colpa.

Mi sento in colpa per non riuscire a fare decollare la pagina, mi sento come se fosse qualcosa che dipende da me e non dagli altri.

Come sempre tutto dipende dai miei errori, dalla mia inadeguatezza! Ed anche se la Lio razionale mi dice che non è vero, che le cose vanno come le persone vogliono vadano, che chi visita la mia pagina, o il mio sito, è libero di fare quello che vuole, di mandarmi a quel paese, di cancellarsi o iscriversi….

Beh, per me è invece sempre una questione personale.

E questo da sempre, da venti anni e più….

Quante parole per rispondere ad una domanda! Erano le 9 del mattino ed ora sono le tredici.

Ma almeno ho messo a nudo qualcosa che la maggior parte delle persone non conosce.

A tutto questo ti porta la depressione e nessuno lo vede per cui passi per essere una persona scostante, o villana, o peggio insensibile.

Cosa credete pensi mia figlia quando io taglio corto alle sue telefonate? Che io non sia interessata a lei.

Ed io non posso nemmeno smentire, perché alla fine pensi sia meglio se lei se ne convince.

Perché io faccio solo del male a chi mi arriva vicino, anche se non vorrei fosse così.

La mia firma con la zampa d'orso!

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