Razionale anche se depressa

Razionale anche se depressa

11 febbraio.

Il mio babbo oggi avrebbe compiuto 101 anni.
È facile ricordarlo per me, anche perché – lo dico con molta vergogna – penso spesso a lui con invidia. Aveva quasi novanta anni quando se ne è andato, ma era pieno di voglia di vivere. Erano i giorni in cui mi iniziava a frullare per la testa l’idea di lasciare l’Italia, di raggiungere mio figlio che era già in Canada come exchange student. Gliene avevo parlato e lui era pieno di curiosità, direi quasi tentato di venire con me. Parlava di passeggiate, di posti bellissimi da vedere, di cose da fare…… Un tumore lo ha portato via in meno di un mese da quando si è rivelato: meglio così di certo, ma non c’è stato modo di prepararsi.

E poi, poi la valanga è partita ed era pronta a portare via con sé tutto. Mi ha travolta, fatta a pezzi, privata del respiro spazzando via quello che restava della mia idea di “famiglia”, di origini.
Mi ha lasciata disperatamente sola ed ho pensato che l’unica cosa che mi restava erano i miei figli e che volevo essere lontana da tutto quel dolore, dai posti che mi riportavano alla mente cose che non ero capace di dimenticare.

Ho fatto le mie scelte, ho creduto di risolvere al meglio le esigenze di tutti, ho soprattutto pensato di darmi una nuova occasione. A quasi cinquanta anni pensavo di potere essere in grado di ricominciare.
Ma ovviamente io non ero e non sono come il mio babbo.
E questi anni lo hanno ampiamente dimostrato.

Un fallimento. In tutto.

E mentre il tempo continua lentamente a trascorrere, io mi guardo in giro e vedo la mia realtà: una rovina.
Di una cosa sono sempre stata convinta: i figli devono essere lasciati andare, devono crescere liberi. Un genitore deve solo essere presente per aiutare e incoraggiare, ma devi lasciarli anche cadere, anche farsi del male. Perché il mondo non è buono e questo debbono impararlo da subito se vorranno avere la forza per affrontarlo.
Questo ho creduto di fare in tutti gli anni da “mamma”.
Giudicata sempre dura da tutti, impossibile nelle mie richieste, troppo pronta a dare ai miei figli responsabilità. Forse erano gli altri ad avere ragione e temo che la vita mi abbia dimostrato ampiamente che le mie scelte e i conseguenti risultati, non sono mai stati quelli di un leader, di una vincente.
Non so se posso definirmi una fallita, in fondo i miei figli sono dei ragazzi molto in gamba, che ottengono ottimi risultati in tutto quello che fanno. Sono persone oneste, hanno le idee chiare, fanno le loro scelte in modo autonomo.
Quindi non dovrei sentirmi una fallita, almeno per questo.
Ma nella mia mente c’è una tale confusione….
Posso essere soddisfatta quando vedo che i rapporti tra loro sono quasi nulli?
Io volevo fossero uniti, amici oltre che fratelli, confidenti. Tutto quello che io non sono mai riuscita ad instaurare con mio fratello.
E sapendo cosa vuole dire restare soli, senza radici, senza un punto di origine, volevo che per loro fosse differente.
E credevo di esserci riuscita fino a qualche anno fa.
Poi è scomparso tutto. Ed io mi sento imprigionata qui, come se io potessi essere il punto di origine cui possano rivolgersi.
Beh, veramente Marco non ha proprio bisogno di nessun “faro”. Lui ha la sua vita, la sua strada, la compagna della sua vita. Credo sia felice ed io cerco di essere felice per lui. E lo sono, ma solo per lui.

Se questo è quello che voleva, se tutto questo è la vita che sognava, io sono felice. Ma non riesco a convincermi che il dimenticare il vecchio per il nuovo sia la strada giusta. Forse lo è se hai sofferto molto con il “vecchio”. Solo in questo caso si spiegherebbe tutto.

E forse è proprio questo che fa di me una fallita. Non essere riuscita a creare un senso di appartenenza, un senso di famiglia. Io mi sono sentita un fallimento anche in Italia, fin da giovanissima, proprio per questo. Per l’assenza di rapporti felici con la famiglia. Perché desideravo – fin da giovanissima – scappare lontano. Perché non ho mai potuto parlare di nulla, confidarmi, raccontare di me e delle mie idee. Mi sentivo ed ero giudicata. Le mie idee erano “diverse”, probabilmente sbagliate, ma essere condannata per assoluta mancanza di fiducia nella mia capacità di valutare le situazioni ha solo portato a guerre e distruzioni.

Ho cercato di ascoltare, ho cercato di reprimere quello che IO volevo o credevo giusto, per dare spazio alle loro idee. Almeno nei limiti di quello che mi pareva fosse corretto. Perché non volevo che accadesse a loro quello che era avvenuto per me.
Ma forse, almeno per Marco, non è stato così. Forse ero comunque una presenza troppo incombente. Forse…
Ma di “forse” non si costruisce il mondo. E nemmeno una famiglia unita.
È bastato un nulla a fare cadere tutto, come la famosa casina di paglia dei tre porcellini J
Alle volte penso che sia solo la mia depressione a parlare per me, ma non credo. La razionalità è una via che va parallela all’emozione. E quindi no, io è razionalmente che traggo queste conclusioni, il cuore, le emozioni, la depressione qui non hanno che un peso minimo. Cerco di guardare ai fatti.
E i fatti mi dicono che da qualche parte, non so dove, ho sbagliato.

Ma questo poco conta, non era di questo che volevo parlare….
Parlare? Di solito parlare sottintende almeno due persone. Dovrebbe essere l’atto di esprimere un pensiero ad un altro soggetto. Beh, di certo io esprimo un pensiero. E lo esprimo a me stessa. Per fare chiarezza, per cercare di analizzarne il senso, per capire.
È forse segno di follia farlo? O di esaurimento?
No, io credo che sia solo segno di solitudine. Ma anche di logica, tanta….
Perché è un modo di cercare di stare a galla, di affrontare le ombre, le paure, il vuoto.
Per me è così. Tante delle cose che ho scritto qui sul mio blog sono rimaste private, non le può leggere nessuno. Questo solo perché erano veramente sfoghi privati. In cui parlavo della mia situazione fisica, delle mie paure per il presente e per il futuro. Sono quelle cose che si sussurrano solo all’amica più cara. O almeno, io lo avrei fatto. Molti non lo farebbero nemmeno con le persone più vicine. Forse per me è sempre stato “normale” raccontare di me, confidarmi. O forse è solo che io ho sempre avuto bisogno di aiuto, la necessità di una spalla, l’impellenza di fidarmi di qualcuno.
Ora non c’è più nessuno e quindi “parlo” con me stessa via blog J. Quando ne ho la forza almeno.

Forse è proprio questo che ha allontanato le persone da me, i miei stessi figli.
Sono troppo aperta e divento pesante. E questo io lo so, soprattutto ora in cui la valanga me la sento alle spalle, ne sento il rumore, sento che l’aria inizia a rarefarsi.
Per questo sto prendendo le distanze dalle persone che amo: per non fare loro altro male.

Ed il collegamento con il resto è facile. Più la situazione si fa dura, più mi butto nel mio sito. E la parte emotiva di me cerca qui una ricompensa. La parte razionale sa che sbaglio, sa che non arriverà mai nulla da qui. Il sito, la pagina Facebook, le altre pagine collegate con LioSite, sono posti in cui le persone arrivano cercando qualcosa. Ed io conosco molto bene il web italiano. È fatto di mordi e fuggi, si prende quello che si vuole, non si ringrazia, non si condivide. E si scappa via fino alla prossima volta.

Sono troppi anni che giro per il web, e il panorama italiano è sempre stato il peggiore. Qualsiasi cosa tu cerchi, la troverai in inglese. In italiano mai. Eppure sono sempre le stesse cose, ci sono sia in italiano sia in inglese. Ma, allora, come mai?
Perché gli italiani si comportano così. Tanti, tantissimi anni fa frequentavo forum warez in Italia. Già allora ero “la nonna del corsaro nero” per via della mia età! Spesso ero moderatore, ero comunque molto presente. Ma era la presenza di chi credeva nell’amicizia e nella condivisione. Esattamente come prestavo un libro o una cassetta musicale agli amici (e chi di noi non lo ha fatto?), condividevo file online. Io credevo nella rete libera, non per cose illegali, per piccoli scambi, per provare.
Ma non era così in Italia. Avevano creato barriere, classifiche, punteggi, numero di post per potere accedere e vedere. Una cosa orrenda. Ho mollato tutto per anni e mi sono costretta a passare ai forum stranieri. Altra vita, altra atmosfera.

Forse solo mentalità differente? Non lo so, ma vedo che con il mio sito accade la stessa cosa. Se vuoi farlo crescere, se vuoi ottenere dei “like” su Facebook, delle condivisioni, dovresti mettere sbarramenti. Imporre la partecipazione, il premere un pulsante, l’iscriverti ad una lista, per accedere a quello che vuoi.
Ed io non lo farò mai. Mi mangio il fegato, ci sto malissimo, ma vado avanti.
Tanto per farmi del male controllo sempre quei siti simili al mio, che crescono in modo vertiginoso. In cui ogni frasetta scritta, magari senza nemmeno l’autore, alle volte anche con errori di grammatica, ottiene centinaia di condivisioni. Centinaia!!

Io su Facebook, non ho mai nessuna condivisione. Ho forse un paio di persone (su quasi mille) che talvolta, credo per pietà, mi mettono un like o un commento. Ed io sono grata alla loro pietà, ma quel singolo like mi fa vedere l’assenza del resto e basta. Mi fa capire che non esiste partecipazione, che a nessuno frega nulla che io pubblichi qualcosa o meno.
Io passo ore e ore alla ricerca dell’immagine migliore, del brano audio da abbinare, della citazione più densa di significato…. E nessuno se ne accorge o, peggio ancora, se qualcuno se ne accorge, non pensa sia “necessario” lasciare un segno dell’avere gradito.

Lo so, lo so benissimo che sono ridicola. Ma questo piccolo mondo è il riflesso del grande mondo reale. Nessuno vede gli altri, nessuno pensa che dietro a delle parole, dei post, ci sia una persona.
Io sempre, per il pochissimo che entro in Facebook (di solito la sera, quando sono a letto sull’iPad), se vedo che qualcuno dei miei pochi contatti ha postato qualcosa, lascio un “like”, qualche volta un commento. Mi pare di essere stata, in quell’attimo, vicina a chi ha scritto. Ed è una sensazione bella, di calore umano.

Ma il mondo non va così, non vogliamo che vada così.
Alle volte penso che il mio sito sia un ennesimo fallimento. Ma come sito in se, non è un fallimento.
Un esempio? Dal 11 gennaio 2014 al 10 febbraio 2014, le visite uniche al sito sono state 60.892. Con 160.000 visualizzazioni di pagina. Siamo quasi alla media di 2000 visitatori unici al giorno.
Questi non sono numeri da sito fallimentare.
Ci sono state anche condivisioni virali, eppure nessuna condivisione avviene mai attraverso Facebook. E nessuno mette mai un like. In due anni e mezzo non ho raggiunto nemmeno i mille iscritti. Nello stesso periodo pagine FB simili alla mia hanno raggiunto e superato i centomila iscritti!
Due righe di Pavese, le stesse che pubblico io. Un’immagine presa da web (e molto correttamente segnalato l’autore) in quattro ore ottiene 354 like e 176 condivisioni. La mia: nessuna.
Ed io poi mi vergogno di postare di più. Penso che se nessuno partecipa vuole dire che le mie cose fanno schifo.

Per questo sto diminuendo anche i miei post. È evidente che sono di troppo e che disturbo. Queste “altre” pagine fanno sette anche otto post al giorno e sono tutti accolti bene, condivisi, apprezzati.

Ergo, sono io che non piaccio, è la mia pagina che non va.
Meglio mollare e smettere di alzarsi la notte per postare ad orari che vadano bene in Italia.
Meglio evitare di rendersi ridicoli chiedendo, per favore, di condividere qualcosa “se vi va”.
Meglio accettare che la popolarità non si compra, esattamente come non puoi comprare amore, affetto e amicizia.
Ed iniziare ad accettare. Credo sia come per chi sta annegando: ci si agita per restare a galla, per prendere una boccata d’aria. L’attaccamento alla vita ti fa lottare.
Ma meglio sarebbe lasciarsi andare e rendere la fine meno dolorosa e più veloce.

Ed è quello che voglio fare.
Una domanda collega questo sfogo all’inizio di questo post: per essere questo totale fallimento, io, da chi diavolo ho preso?
Ridicolmente vostra.

La mia firma con la zampa d'orso!

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