Racconto il passato
per affrontare il futuro

Avrei tante cose da raccontare, non cose importanti ovvio… per la vita che faccio quello che mi accade direi sia veramente e solo a livello mentale ed emotivo. Passato e futuro si fondono in un unico scenario.
Ma per motivi che spiegherò più avanti, ho deciso che volevo affidare al mio sito i pensieri che mi passano nella testa, come vivo e come affronto le sfide del diventare vecchia, il peso della solitudine, il vuoto in cui vivo da anni ormai.
Senza nemmeno accorgermene siamo arrivati al “più avanti” di prima nel senso che sono passati dieci giorni da allora e, a questo punto, mi parrebbe stupido continuare a nascondere i fatti nudi e crudi.
Scriverò, mi racconterò cercando di essere il più onesta possibile.
Ci saranno parti più private, dedicate esclusivamente ai miei figli e mio marito, ma il grosso voglio – come sempre – condividerlo.
Farlo qui mi permette di avere una valvola di scarico, avere quel momento di condivisione del peso che rende tutto più leggero da portare.
Vedete, è una cosa che ho sempre pensato: parlare di certo non risolve nessun nostro problema.
Essere ascoltati quando si parla (almeno quando è possibile saperlo e questo ovviamente non accade in un blog salvo che qualcuno lasci un segno della propria presenza) aiuta nel senso che puoi pensare di avere confidato e condiviso la tua gioia o la tua angoscia e puoi sempre sperare che qualcuno ti dica che ne pensa, ti consigli, ti stia in qualche modo anche fosse per solo brevissimi attimi, vicino.
In quella che io chiamo “la mia vita passata” (e solo quando il pensiero cade lì mi accorgo quanto sia “passata”: praticamente venti anni!! Orrore…) c’erano delle presenze, delle amicizie, una speciale, altre comunque reali e presenti. Allora c’erano di certo tante cose che mi facevano stare male, ma in contropartita c’era la “giovinezza”, una vita piena di impegni, ancora una forte convinzione di potere fare qualcosa, di potere dare qualcosa, di essere una presenza che poteva forse anche generare positività nelle persone che facevano parte della mia vita.
Credo che solo dopo si riesca a considerare con distacco quello che si vive, solo quando si può e si deve usare il verbo al passato.
Penso alla mia disperazione di allora, alla morte della mamma, alla partenza di Marco, alla morte del babbo, ai tanti problemi che probabilmente mi ero andata a cercare, ma che comunque erano lì sull’attenti a farmi il saluto impettiti tutte le mattine.
Nonostante tutto la luce compariva anche se a sprazzi: bastava la telefonata di qualcuno, il campanello della porta che suonava, io che prendevo la moto e partivo per ritrovare un contatto visivo con la mia misteriosa amica: chiamiamola Tata.
Ecco quelle cose erano la mia forza, erano un ricarica batteria rapido, mi riempivano di energia e potevo ripartire.
Un giorno, come scrissi pure qui sul blog in un post di credo almeno dieci anni fa, si aprì uno squarcio nell’atmosfera e venni attratta da un buco nero. 😉
In effetti si creò una ferita insanabile o almeno io la sentii come tale e mi parve di non essere proprio più in grado – come si suol dire – di respirare la stessa aria ed essere sotto lo stesso cielo. Anche se in effetti la stessa aria e lo stesso cielo ci sono anche a diecimila chilometri di distanza in fondo.
Ma allora la parole che mi erano state dette avevano aperto una ferita che si era infettata velocemente, che non si riusciva a curare e che mi faceva troppo male per poterla affrontare.
E ho scelto diversamente: molti credo abbiano pensato che la mia sia stata una fuga. Non lo so, io di certo non la vivevo così. La sentivo come l’ultimo scatto per arrampicarmi fuori da un buco melmoso in cui scivolavo senza più riuscire ad aggrapparmi a nulla. I miei figli erano ancora troppo giovani perché io mi abbandonassi alla depressione o mi rifugiassi nell’inerzia e nell’assenza; per questo colsi una situazione difficile che dovevo comunque fronteggiare in quei giorni e giocai tutte le mie carte in un colpo solo.

Marco era appena rientrato dall’anno all’estero per imparare la lingua come “exchange student” e al suo rientro, dopo pochi giorni aveva fatto scoppiare la bomba: non voleva rientrare al liceo e proseguire il suo regolare percorso di studi in Italia, non ci si ritrovava più e, forse complice la ragazzina lasciata in Canada, disse che voleva tornare là.
Ragazzi che botta. Quando era patito Chiara era via in vacanza con la sua maestra e io avevo letteralmente ululato per giorni per lo strazio che sentivo dentro di me per la partenza di Marco, partenza che pure io e solo io avevo caldeggiato e – in fondo – quasi imposto. Come avevo del resto fatto in tante altre occasioni spinta dal desiderio che i miei figli crescessero indipendenti, si abituassero a gestire le decisioni, una forma di autonomia pur sapendo ovviamente di avere le spalle completamente coperte da noi a casa. Insana scelta? non lo so, ogni volta che loro sono partiti io sono stata da schifo anche se ho sempre nascosto – a loro per primi – la cosa.
Io sapevo di non potere essere un grande esempio per loro, ma contemporaneamente avevo giurato a me stesa che avrei offerto ad entrambi tutte le possibilità di arricchirsi e crescere al meglio ed in fondo, lo stare con altri, diversi dalla famiglia, con costumi e abitudini differenti a cui ci si deve adeguare, credo che sia la miglior scuola che potevo offrirgli.
Un lungo preambolo per spiegare come io a quel maledetto momento in cui mi sentivo annegare nella disperazione ho deciso di reagire.
Non avrei comunque credo, impedito a Marco di fare le sue scelte; ma non penso sarei riuscita a reggere il dolore che avevo addosso per gli avvenimenti che si stavano susseguendo nel corso di meno di tre mesi: morte del babbo, frattura totale con la famiglia d’origine e ora l’eventuale partenza di Marco.
Ho scelto di andare anche io, di ricominciare tutto da capo. Volevo che la famiglia restasse unita, che Marco e Chiara potessero crescere vicini (ri)trovando e cementando un rapporto che io non avevo avuto e che mi mancava da morire. Volevo una famiglia unita, che potesse crescere, andare avanti. E in fondo volevo potere credere si potesse girare pagina e ricominciare a scrivere su un foglio bianco, che illusa …
Alla fine di agosto Marco ritornò in Canada, a fine di ottobre avevo comprato casa in Canada, all’inizio di gennaio eravamo tutti in Canada.
Elio, mio marito, solo temporaneamente visto che all’epoca lavorava ancora, ma si sperava di potere risolvere in qualche anno la situazione complice il fatto che lui aveva iniziato a lavorare giovanissimo e in quei tempi le banche cercavano di mandare in pre-pensionamento con scivoli vari i suoi dipendenti. In effetti ci vollero cinque anni, ma alla fine siamo stati tutti qui, di nuovo insieme.
Inutile che stia a raccontare tutti questi anni, credo di avere iniziato a “stare meglio” quando effettivamente avrei dovuto stare peggio.
Quindici anni di profonda depressione che per dieci anni non è stata assolutamente curata, una tiroide totalmente impazzite mai diagnosticata e quindi non curata, il conseguente peso che in quegli anni si è più che duplicato (orrore) con tutte le conseguenze del caso, una lunga trafila per avere prima la Permanent Residence e poi la cittadinanza: non mi sono fatta mancare nulla e certamente devo avere reso la vita difficile anche ai miei figli pur non volendolo.
Ma vivere con una madre che perdeva i pezzi, che sognava di morire, che in effetti teneva duro solo per loro non è certo stato un bel vivere.
Facevo credo tutto quello che dovevo, la casa era pulita e in ordine, le spese fatte, il pranzo sempre in tavola, le camicie stirate: tutte cose che anche una buona persona di servizio avrebbe potuto fare.
Ma io non avrei dovuto essere quello, io dovevo e volevo essere una mamma, presente, disponibile, vicina. Non so cosa sia stata, non posso giudicarlo. A posteriori posso solo dire che ho avuto la fortuna (che ai miei genitori non era stata data) di avere avuto due figli splendidi e altro al momento non dico, ci saranno altri momenti in cui parlare di loro.
Ma la mia vita ha avuto inizio con i … tumori 😀
Sembra da ridere, ma mi si è finalmente aperta del tutto la mente: erano ormai anni che comunque curavo la tiroide (restando comunque una balena con le gambe), prendevo antidepressivi molto forti, pastiglie per ogni cosa (pacchetto completo di 18 pillole al giorno ormai da credo 8 anni).
Quindi un po’ le cose erano migliorate sicuramente, ma restava la cosa che credo mi stia portando da quando ero bambina: la convinzione di essere inutile, incapace, un fallimento, una a cui non si poteva voler bene.
Potrei riassumere il tutto in una frase che mi fu amorevolmente detta quando si aprì il buco nero ancora a Bergamo: “Come può tuo marito svegliarti con una come te vicina?” Io avevo ovviamente allargato il tutto all’intera famiglia, agli amici, a tutti e di conseguenze ero andata sotto terra, senza speranze, senza fiducia.
Tutto il residuo di quello che ero di “positivo” lo avevo grattato dal fondo per trovare il coraggio di andarmene, per credere che si potesse ricominciare da capo, per organizzare tutto, per metterlo in atto fino ai più piccoli dettagli. E per un paio di mesi arrivata in Moncton mi era sembrato così, complice una natura splendida, un sole incredibile, una neve bianca e boffice boffice, una casa bellissima. È vero i ragazzi non erano con me ma li andavo a prendere ogni fine settimana e così Marco poteva andare avanti dove conosceva già tutti e Chiara si era trovata comunque costretta a parlare solo in inglese ma avendo comunque il fratello vicino e presente nella stessa casa: mi era sembrata la soluzione migliore per loro, in particolare per lei. Il conto lo pagavo, come giusto, io. Da sola pian piano ho iniziato la discesa verso l’inferno: fu allora che cercai di creare ancora un appiglio e creai, o meglio iniziai a provare a creare LioSite che in breve divenne un appiglio, una lotta, uno scopo.
Ma non poteva sostituire un abbraccio, una chiacchierata, guardare negli occhi una persona, uscire a cercare le super occasioni andando a cercare negli spacci di fabbrica, nei negozi più fuori dal mondo che si potevano trovare. Quella era vita, dio solo sa quanto mi ha dato e come sono riconoscente di averlo avuto.
Quante parole, come ero logorroica quando potevo parlare, sono grafomane quando scrivo. Lo faccio a tappe perché mi stanco, ma scrivo esattamente come se stessi parlando con qualcuno qui, una forma di auto consolazione.
In fondo tutto questo era solo per spiegare il perché oggi avrei tanto voluto avere le persone che hanno reso il mio passato “speciale” come solo l’amicizia può fare, ma non si può avere tutto dalla vita e so di avere vicino la mia meravigliosa famiglia.

Ecco quindi quanto dovevo appunto spiegare, il perché della mia assenza di questo periodo. È stato un periodo caotico perché causa Covid tutto si è infinitamente complicato, ci è voluto un bel po’ per potere passare tutta la trafila di esami, PET, ecografie, biopsia ecc ecc.
Alla fine si è confermato quello che io sospettavo da un po’, il linfoma è tornato molto più agguerrito di prima ma sempre lo stesso non-Hodgkin Diffuse large B-cell lymphoma o brevemente DLBCL.
Da me ora chiamato “amico Fritz” per poterci familiarizzare 😉
Ecco, penso che cercherò di scrivere qui, a tutti e a nessuno, quello che vivrò, l’impatto che avrà nella mia vita, i cambiamenti che porterà: un modo per conviverci e chissà, potere forse essere vicina o di aiuto ad altri.
Ecco qui, quante parole sprecate, ma in fondo mi sentivo di doverlo dire solo a cose confermate e soprattutto dopo averlo comunicato ai miei figli.
Se qualcuno sarà arrivato fino qui, un grazie di cuore 😉

La mia firma con la zampa di orso

4 risposte

  1. Mi dispiace, mi dispiace , mi dispiace. Non so dirti altro, non posso dirti altro, perché come hai detto tu, le parole non salvano; ma pur lontana voglio esserti vicina, voglio essere una spalla su cui puoi piangere, urlare,ridere (perché vedrai riusciremo ancora a ridere), voglio offrirti le mie orecchie perché tu possa dire, senza temere, ciò che hai in testa e nel cuore E vorrei tanto poterti abbracciare, forte.

  2. Sei sempre nel mio cuore , anche se per un bel po’ non hai voluto crederlo.
    E 10000 km non sono riusciti a spegnere il dolore che la tua partenza mi ha dato.
    Sarai sempre la più speciale .

  3. Carissima Lio, leggo solo oggi… la risposta a quello che da tempo mi chiedevo. Mi dispiace tantissimo per tutto quello che hai dovuto passare e per quello che stai ancora vivendo. Ti auguro di tutto cuore di avere e trovare la forza per superare tutto questo. Lo so, le mie parole sono inutili e vane, a volte un silenzio o uno sguardo nel profondo dell’anima sarebbe più consolante… un forte abbraccio.

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