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Ted Hughes L’amante

Il suo corpo d’ariete mi lava e mi ingrassa.
Ha l’odore del sesso
il suo artiglio mi infilza la parte infetta del cuore.
Addenta. Mi inghiotte boccone a boccone:
prima un dito, poi un occhio, la spalla
risucchia un’arteria, il muscolo dolce.
Sua moglie è la lupa di Romolo e Remo,
il volo nuziale dell’ape regina.
Depone bambini grassi sulle rive dei fiumi;
è la grande madre terra – sempre pregna, pregna.
Ad ogni amore
io partorisco piccoli gnomi di pietra.
Ogni volta che amo impasto una nuova morte.
Non sono più vera
di un sogno che bagna il lenzuolo.
Il fauno mi chiama.
Batte lo zoccolo sotto la luna.
Lo aspetto da sempre,
appesa ad un gancio nel retrobottega
“Why are you so solemn?
Più alta
di quanto non saresti più stata.
Ondeggiavi così snella
che le tue lunghe, perfette gambe americane
sembravano salire su su su.
Quella mano divampante,
quelle lunghe dita danzanti,
di eleganza scimmiesca.
E il viso: una palla tesa di gioia.
Ti vedo là, più chiara, più vera
che in tutti gli anni nella sua ombra –
come se ti avessi visto quell’ unica volta e poi più.
La cascata sciolta dei capelli
quella molle cortina
sul viso, sulla cicatrice.
E il tuo viso
una gommosa palla di gioia
intorno alla bocca dalle labbra africane, ridente,
dipinte di cremisi.
E i tuoi occhi
strizzati nel viso, succo di diamanti,
incredibilmente luminosi,
come succo di lacrime
che potevano anche essere lacrime di gioia,
una spremuta di gioia.
Volevi strabiliarmi
con il tuo brio

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