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Seamus Heaney Un divano

Tutti in fila sul divano, inginocchiati
uno dietro l’altro, dal più grande al più piccolo,
gomiti che andavano come pistoni, perché era un treno,

e fra lo stipite e la porta della camera da letto
la nostra velocità e distanza erano inestimabili.
Prima lo scambio poi il fischio,

poi uno controllava gli invisibili
biglietti, compunto, perforandoli,
mentre vagone dopo vagone sotto di noi

filava rapido, ciuf ciuf, le gambe del divano
turbinavano, e le carrozze irraggiungibili
lontano, sul pavimento della cucina, ora ondeggiavano.

Treno fantasma? Gondola della morte? Gli estremi curvi
[lavorati,
la similpelle nera e la desolazione ornata:
sembrava che il divano avesse raggiunto

il galleggiamento. Le rotelle in punta di piedi,
il gallone e lo schienale a onda gli davano
un’aria da fasti ormai datati:

Quando gli ospiti lo sopportavano a schiena impalata,
quando si staccava eretto nella sua lontananza,
quando i giocattoli insufficienti vi apparivano

il mattino di Natale, resisteva immutabile,
volto in potenza al cielo, di certo alla terra
tra cose che potevano quadrare o deluderti.

…Occupavamo i nostri posti con tutta la nostra forza,
pronti a ogni scomodità.
La costanza era già ricompensata.

In testa, sul grande bracciolo imbottito,
qualcuno si sporgeva da un lato, macchinista
o fuochista, e si tergeva la fronte asciutta

con l’aria di chi l’ha scampata bella. E noi,
ultimo dei suoi pensieri, avvertivamo
un’improvvisa galleria incombente dove sprofondare

come vagoni senza luci nei campi di notte,
unico nostro compito stare seduti, occhi in avanti,
essere trasportati e fare il rumore del treno.

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