POESIE

Mark Strand
Elegia per mio padre

1 IL CORPO VUOTO

Le mani erano tue, le braccia erano tue,
ma tu non c’eri.
Gli occhi erano tuoi, ma chiusi, e non si aprivano,
Il sole lontano c’era.
La luna sospesa sulla spalla bianca del colle c’era.
Il vento sul Bedford Basin c’era.
La luce verde tenue dell’inverno c’era.
La tua bocca c’era,
ma tu non c’eri.
Quando qualcuno parlò, non vi fu risposta.
Nubi calarono
e seppellirono gli edifici sull’acqua,
e l’acqua fu muta.
I gabbiani guardavano.
Gli anni, le ore, che non t’avrebbero trovato
ruotavano ai polsi degli altri.
Non c’era il dolore. Se n’era andato.
Non c’erano i segreti. Non c’era nulla da dire.
L’ombra spargeva le sue ceneri.
Il corpo era tuo, ma tu non c’eri.
L’aria rabbrividiva sulla tua pelle.
Il buio si chinava nei suoi occhi.
Ma tu non c’eri.

2 RISPOSTE

Perché viaggiavi?
Perché la casa era fredda.
Perché viaggiavi?
Perché è quel che ho sempre fatto fra tramonto e l’alba.
Cosa indossavi?
Indossavo un abito blu, camicia bianca, cravatta e calze gialle.
Cosa indossavi?
Non indossavo nulla. Mi scaldava la sciarpa di pena.
Con chi dormivi?
Dormivo ogni notte con una donna diversa.
Con chi dormivi?
Dormivo solo. Ho sempre dormito solo.
Perché mi mentivi?
Ho sempre pensato di dire la verità.
Perché mi mentivi?
Perché la verità mente più di ogni altra cosa e io amo la verità.
Perché te ne vai?
Perché nulla ha senso per me ormai.
Perché te ne vai?
Non lo so. Non l’ho mai saputo.
Quanto dovrò aspettarti?
Non aspettarmi. Sono stanco e mi voglio sdraiare.
Sei stanco e ti vuoi sdraiare?
Sì, sono stanco e mi voglio sdraiare.


3 IL TUO MORIRE

Niente riusciva a fermarti.
Non il giorno più bello. Non la quiete. Non l’ondeggiare
dell’oceano.
Continuavi a morire.
Non le piante
sotto cui camminavi, non le piante che ti davano ombra.
Non il dottore che ti aveva avvertito, il dottorino biancocrinito che già
una volta t’aveva salvato.
Continuavi a morire.
Niente riusciva a fermarti. Non tuo figlio. Non tua figlia
che ti imboccava e ti aveva reso di nuovo bambino.
Non tuo figlio che credeva che saresti vissuto per sempre.
Non il vento che ti strattonava il bavero.
Non l’immobilità che si offriva al tuo movimento.
Non le scarpe che ti appesantivano.
Non gli occhi che si rifiutavano di guardare avanti.
Niente riusciva a fermarti.
Te ne stavi in camera e guardavi la città.
E continuavi morire.
Andavi al lavoro e lasciavi che il freddo ti penetrasse i vestiti.
Lasciavi trasudare sangue nei calzini.
Il volto ti si faceva bianco.
La voce ti spezzava in due.
Ti appoggiavi al bastone.
Ma niente ti riusciva a fermarti.
Non gli amici che ti consigliavano.
Non tuo figlio. Non tua figlia che ti guardava rimpicciolire.
Non la stanchezza che viveva nei tuoi sospiri.
Non i polmoni che si riempivano d’acqua.
Non le maniche che sopportavano il dolore delle braccia.
Niente riusciva a fermarti.
Continuavi a morire.
Quando giocavi con i bambini continuavi a morire.
Quando ti accomodavi a pranzo,
quando ti svegliavi di notte, bagnato di lacrime, il corpo scosso
da singhiozzi,
continuavi a morire.
Niente riusciva a fermarti.
Non il passato.
Non il futuro con il suo bel tempo.
Non la vista della finestra, la vista del cimitero.
Non la città. Non la città orrenda dagli edifici di legno.
Non la sconfitta. Non il successo.
Non facevi altro che continuare a morire.
Avvicinavi l’orologio all’orecchio.
Ti sentivi venir meno.
Stavi a letto.
Ti mettevi le braccia conserte e sognavi il mondo senza di te,
lo spazio sotto gli alberi,
lo spazio in camera tua,
gli spazi che sarebbero fatti vuoti di te,
e continuavi a morire.
Niente riusciva a fermarti.
Non il tuo respiro. Non la tua vita.
Non la vita che volevi.
Non la vita che avevi.
Niente riusciva a fermarti.

4 LA TUA OMBRA

Hai la tua ombra.
I luoghi in cui sei stato l’hanno restituita.
I corridoi e i prati spogli dell’orfanotrofio l’hanno restituita.
La Newsboys Home l’ha restituita.
Le strade di New York l’hanno restituita e anche le strade di
Montreal.
Le camere di Belém dove le lucertole divoravano le zanzare l’hanno
restituita.
Le strade scure di Manaus e quelle afose di Rio l’hanno
restituita.
Città del Messico dove te ne volevi andare l’ha restituita.
E Halifax dove il porto si lavava le mani di te l’ha restituita.
Hai la tua ombra.
Quando viaggiavi la scia bianca del tuo incedere affondava
l’ombra, ma quando arrivavi la trovavi ad attenderti.
Avevi la tua ombra.
Le soglie che varcavi ti sottraevano l’ombra e quando uscivi te
la restituivano. Avevi la tua ombra.
Anche quando te la dimenticavi, la ritrovavi; l’ombra era stata
con te.
Una volta in campagna l’ombra di un albero coprì la tua ombra
e tu non venisti riconosciuto.
Una volta in campagna pensasti che la tua ombra fosse proiettata
da un altro. L’ombra non disse nulla.
I tuoi abiti portavano dietro la tua ombra; quando li toglievi,
lei si diffondeva come il buio del tuo passato.
E le tue parole che volavano come foglie in un’aria persa, in
un luogo che nessuno conosce, ti hanno restituito la tua ombra.
Gli amici ti hanno restituito la tua ombra.
I nemici ti hanno restituito la tua ombra. Hanno detto che era
pesante e avrebbe coperto la tua tomba.
Quando moristi la tua ombra dormiva sulla bocca del forno e
mangiò come pane i ceneri.
Esultava tra le rovine.
Vigilava mentre gli altri dormivano.
Risplendeva come cristallo tra le tombe.
Componeva se stessa come l’aria.
Voleva essere come sull’acqua.
Voleva non essere nulla, ma non era possibile.
Venne a casa mia.
Mi sedette sulle spalle.
La tua ombra è tua. Glielo dissi. Le dissi che era tua.
L’ho portata con me troppo tempo. La restituisco.

5 LUTTO

Ti piangono.
Quando ti alzi a mezzanotte
e la rugiada luccica sulla pietra delle tue guance,
ti piangono.
Ti riconducono nella casa vuota.
Riportano dentro le sedie e tavoli.
Ti fanno sedere e respirare.
E il tuo respiro brucia,
brucia la scatola di pino e le ceneri cadono come luce del sole.
Ti danno un libro e ti dicono di leggere.
Ascoltano e gli occhi gli si colmano di lacrime.
Le donne ti carezzano le dita.
Ti pettinano restituendo il giallo ai tuoi capelli.
Radono via il gelo della tua barba.
Ti massaggiano le cosce.
Ti vestono elegante.
Ti strofinano le mani per tenerle calde.
Ti danno da mangiare. Ti offrono denaro.
Si inginocchiano e ti scongiurano a non morire.
Quando ti alzi a mezzanotte ti piangono.
Chiudono gli occhi e continuano a sussurrare il tuo nome.
Ma non possono sfilarti dalle vene la luce sepolta.
Non possono afferrare i tuoi sogni.
Vecchio mio, è impossibile.
Alzati e continua ad alzarti, non giova a nulla.
Ti piangono come possono.

6 L’ANNO NUOVO

È inverno, anno nuovo.
Nessuno ti conosce.
Via dalle stelle, dalla pioggia della luce,
giaci sotto il clima delle pietre.
Non c’è alcun filo che ti riconduca qui.
Gli amici s’assopiscono nel buio
del piacere e non possono ricordare.
Nessuno ti conosce.
Sei il vicino del nulla.
Non vedi la pioggia e l’uomo che s’allontana a piedi,
il vento sudicio che soffia le proprie ceneri per la città.
Non vedi il sole che trascina la luna come un’eco.
Non vedi il cuore ferito andare in fiamme,
i crani degli innocenti farsi fumo.
Non vedi le cicatrici dell’abbondanza, gli occhi senza luce.
È finita. È inverno, anno nuovo.
I mansueti trascinano la propria pelle in paradiso.
I disperati soffrono il freddo con quelli che non hanno
nulla da nascondere.
È finita e nessuno ti conosce.
Luce di stella alla deriva su acqua nera.
Vi sono le pietre nel mare che nessuno ha visto.
C’è una riva e la gente aspetta.
E niente ritorna.
Perché è finita.
Perché c’è silenzio invece di un nome.
Perché è inverno, anno nuovo.

Lettura di Domenico Pelini

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