POESIE

Mario Benedetti
Artigas

S’ingegnò a essere contemporaneo di coloro che
nacquero mezzo secolo dopo la sua morte
creò una giustizia naturale per neri meticci indios e
creoli poveri
fu tanto lungimirante da cacciarsi in brutti impicci
ebbe coglioni a sufficienza per non dar la colpa agli altri

eppure malgrado tutto riuscì ad articolare il nostro destino
inventò l’esodo che è l’ultima e netta prerogativa dell’arbitrio

tre anni prima che nascesse Marx
e centocinquanta prima che schifosi onorevoli la
riducessero a semplice fascicolo di pratica insabbiata
abbozzò una riforma agraria che ancora non ha avuto
gli onori del catasto

fu abbandonato fregato etichettato
eppure non è quella la ragione per cui rimase per
sempre in terra estranea
non a caso nessuno vuol frugare nel suo silenzio di
vecchio incrollabile
non fu rude come Lavalleja né dispotico come Oribe né
furbo come Rivera
era semplicemente uno che camminava davanti alla
sua gente
era un profeta sicuro che non fece pubbliche le sue
profezie ma che soffrì molto a causa di esse

forse immaginò i remoti discendenti di quelli che
stavano inaugurando la piccola repubblica
quegli eredi immeritati che non potevano esibire
nemmeno la scusante del coraggio
e certamente indovinò l’avvento di questi ministri allegorici
questi conduttori senza buona condotta questi ruffiani
mediatori del sospetto questi turaccioli della storia
e se scelse di restare a Curuguaty
non lo fece perché cocciuto sciocco o risentito
ma come una forma insonne e penitente di istallarsi nel
proprio guadagnato disappunto.

 

Da “Bruciare le navi”

 

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