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José María Álvarez La bambina di Duino

Fu in una mattina di settembre. Il mare risplendeva
come il sole in uno specchio. Io
venivo da Trieste, e mi fermai
in un piccolo ristorante vicino alla spiaggia
sotto il castello di Duino.
Assaporavo un bianco
eccellente e qualche riccio, quando
come in sogno, dalle acque
emerse una creatura fantastica.
Non aveva più di nove anni.
Lunghi capelli lisci come l’oro,
nuda, molto abbronzata. Che spuntava
dal mare come la luce
dell’alba. Mi passò accanto
lasciando al suolo le sue impronte
umide. M’innamorai del suo volto, dei suoi
occhi, di quelle forme
acerbe e perfette, la sua immagine
s’impadronì della mia anima. Il suo sguardo
non aveva fondo, con la forza
di chi ignora la sofferenza, ogni gesto
esaltava la bellezza
selvaggia di un mistero animale. Guardandola
compresi che m’era stato concesso
di contemplare qualcosa di sacro.
Era un dio al quale affidarti.
Pura lode.

E adorando quella bellezza, desiderai
che nell’ora della morte
fosse lei che, uscendo
dalle acque della mia vita, venisse
come quella mattina
e prendendomi per mano
mi guidasse alla distruzione.

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