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John Ashbery Paura della morte

Cos’è che ho adesso
ed è come sono diventato?
Non esiste uno stato libero dalle linee di confine
del prima e del dopo? La finestra è aperta oggi
e l’aria vi si riversa con note di piano
tra le gonne, come a dire: “Guarda, John,
ti ho portato questi e quest’altri” – vale a dire
alcuni Beethoven, qualche Brahms,
alcune note del miglior Poulenc… Sì,
è di nuovo libera, l’aria, deve continuare a ripetersi
perché altro non sa fare.
Voglio stare con lei per la paura
che mi trattiene dal salire certe scale,
dal bussare a certe porte, la paura di diventare vecchio
in solitudine, e di non trovare nessuno nella sera alla fine
del sentiero tranne un altro me stesso
che accenna col capo un brusco saluto: “Be’, ce n’hai messo di tempo,
ma adesso siamo insieme di nuovo, questo conta.”
Aria sul mio cammino, questo lo potresti abbreviare,
ma il vento s’è spento, e il silenzio è l’ultima parola.

Da “Autoritratto entro uno specchio convesso”

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