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Gibran La gabbia

Al centro di un campo vidi una gabbia
le cui sbarre erano state forgiate
da una mano particolarmente abile.
In un angolo della gabbia
un uccello morto;
in un altro angolo
un recipiente per l’acqua, asciutto
e un piattino per i semi, vuoto.
Il povero uccello, riflettei,
era morto di sete
quando poco lontano scorreva un fiume limpido
ed era morto di fame
in mezzo a un campo,
culla di vita.
Ed ecco la gabbia
diventare scheletro umano
e l’uccello morto
trasformarsi in un cuore d’uomo
inciso da una ferita profonda.
E dalla ferita, una voce:
«Al centro di questo campo di bellezza
sulle rive di questa fonte di vita
sono prigioniero di questa gabbia di leggi
fatte dall’uomo per lo spirito umano.
Tutto ciò che destava il mio desiderio
era vergogna agli occhi dell’uomo;
e l’oggetto del mio anelito
lui lo giudicava cosa indegna.
Sono dimenticato e abbandonato
ai margini della civiltà
e delle sue seduzioni;
la lingua degli uomini è legata
e pur sorridendo
hanno gli occhi asciutti».
Poi non vidi più niente
né più udii alcuna voce;
ero tornato
alla realtà.

 

da “Le parole non dette”

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