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Fernando Pessoa Mi sono appoggiato all’indietro sulla sdraio di coperta

Mi sono appoggiato all’indietro sulla sdraio di coperta e ho chiuso gli occhi,
e il mio destino mi è apparso nell’anima come un precipizio.
La mia vita passata si è mescolata a quella futura,
e nel mezzo c’è stato un rumore nel fumoir,
dove, per le mie orecchie, era finita la partita a scacchi.
Ah, dondolato
nella sensazione delle onde,
ah, cullato
dall’idea così confortevole del fatto che oggi non sia ancora domani,
del fatto di non aver alcuna responsabilità, almeno in questo momento,
di non aver una definita personalità, ma di sentirmi lì,
sopra la sedia, come un libro lasciatovi dalla svedese.
Ah, sprofondato
in un torpore dell’immaginazione, sicuramente un po’ di sonno,
così tranquillamente irrequieto,
all’improvviso così analogo al bambino che fui una volta,
quando giocavo nella casa di campagna e non sapevo l’algebra,
né le altre algebre con tutte quelle x e y di sentimento.
Ah, tutto me stesso anela
a quel momento senza alcuna importanza
nella mia vita,
ah, tutto me stesso anela a quel momento, come ad altri analoghi —
quei momenti in cui non ebbi alcuna importanza,
quelli in cui compresi il vuoto completo dell’esistenza senza avere l’intelligenza di poterlo capire
e c’era chiar di luna e mare e la solitudine, caro Alvaro.
[s.d.]

Da “Poesia di Alvaro de Campos”

 

Letta da Diego De Nadai

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