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Fernando Pessoa Maestro, mio amato maestro

Maestro, mio amato maestro!
cuore del mio corpo intellettuale e intero!
Vita dell’origine della mia ispirazione!
Maestro, che ne è di te in questa forma di vita?

Non ti preoccupasti di morire, di vivere, non badasti a te né a nulla,
anima astratta e visibile fino alle ossa,
meravigliosa attenzione al mondo esterno sempre multiplo,
rifugio delle nostalgie di tutti gli dèi antichi,
spirito umano della terra materna,
fiore al di sopra del diluvio dell’intelligenza soggettiva…

Maestro, mio maestro!
Nell’angustia sensazionista di tutti i giorni sentiti,
nella pena quotidiana delle matematiche dell’essere,
io, schiavo di tutto come una polvere di tutti i venti,
alzo le mani verso di te, che sei lontano, così lontano da me!

Mio maestro e mia guida!
Che nessuna cosa ferì, o colpì, o turbò,
sicuro come un sole che compie involontariamente il suo percorso,
naturale come un giorno che tutto svela,
maestro mio, il mio cuore non ha imparato la tua serenità.
Il mio cuore non ha imparato nulla.
Il mio cuore non è nulla.
II mio cuore è perduto.

Maestro, sarei come te solo se fossi stato te.
Com’è triste la grande ora allegra in cui ti sentii per la prima volta!
Da allora, tutto è stanchezza in questo mondo soggettivato,
tutto è sforzo in questo mondo in cui si desiderano cose,
tutto è menzogna in questo mondo in cui si pensano cose,
tutto è un’altra cosa in questo mondo in cui tutto si sente.
Da allora, sono stato come un mendicante lasciato all’addiaccio
dall’indifferenza di tutta la città.
Da allora, sono stato come le erbe strappate,
ammucchiate in file distrutte dal vento.
Da allora, sono stato io, sì, io, per mia disgrazia,
e io, per mia disgrazia, non sono io né un altro né nessuno.
Da allora, ma perché hai insegnato a vedere chiaro,
se non mi potevi insegnare ad avere l’anima con cui vedere chiaro?
Perché mi hai chiamato sulla vetta dei monti
se io, bambino delle città in fondo alla valle, non sapevo respirare?
Perché mi hai dato la tua anima, se non sapevo che farmene,
come qualcuno carico di oro in un deserto,
o che canta con voce divina fra rovine?
Perché mi hai svegliato alla sensazione e all’anima nuova,
se non saprò sentire, se l’anima mia è da sempre la mia?

Magari il Dio ignoto volesse che io restassi sempre
quel poeta decadente, stupidamente pretenzioso,
che potrebbe almeno un giorno piacere,
e non sorgesse in me la spaventosa scienza del vedere.
Perché mi hai reso me stesso? Almeno tu mi avessi lasciato essere umano!
Felice il garzone di bottega,
che ha il suo lavoro quotidiano normale, così leggero anche se pesante,
che ha la sua vita usuale,
per il quale il piacere è piacere e lo svago è svago,
che dorme il suo sonno,
che mangia il suo cibo,
che beve la sua bevanda, e per questo ha allegria.

La quiete che possedevi, me l’hai data, ed è stata per me inquietudine.
Mi hai liberato, ma il destino umano è essere schiavi.
Mi hai svegliato, ma il senso di essere umani è dormire.

15 aprile 1928

Da “Poesia di Alvaro de Campos”

Letta da Diego De Nadai

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