POESIE

Evgenij Aleksandrovič Evtušenko
Così la Piaf usciva di scena

C’era a Parigi, c’era una sala e davanti alla sala
qualcuno motteggiava, volteggiando col sedere,
avendo coi suoi salti calpestato l’arte per un’ora…
Era solo un proemio per la Piaf.

Ed ecco entrò, fino al fanatismo
simile a un rozzo idolo,
come se, sbagliando porta, in uno sketch allegro
entrasse una tragedia stanca.

E, sulle stolidaggini da baraccone
ella si eresse, pallida e senza forze,
come una piccola civetta dagli occhi ammalati,
pesante con le sue ali spossate.

Piccoletta e truccata, coll’abito corto,
trattenendo la tosse, con un filo di vita,
ti apparteneva, o epoca,
reggendosi appena sulle gambette esili.

Ci guardava, come guardando la Senna,
dal cui parapetto fosse lì, lì per lanciarsi;
e sentivo la voglia di correre sul palcoscenico
per sostenerla, ché sarebbe caduta.

Un gesto preciso della manina rugosa
e partì l’orchestra… Arrivò fin sull’orlo
del palcoscenico… Costrinse la schiena
a raddrizzarsi e, tremando, aspirò la musica.

Cominciò a cantare, quasi prendendo il volo,
ricadendo davanti agli sguardi puntati,
quel corpo tagliuzzato dai chirurghi,
ansando, girandosi su sé stesso, come dentro di noi!

Esso, volteggiando, singhiozzava, rideva con fragore,
bisbigliava come le erbe in delirio al Bois Boulogne,
rimbombava come un carrettino a Saint-Germain,
urlava come una sirena. Questa era la Piaf.

In lei una mescolanza di campane a stormo,
di pioggia a dirotto, di cannonate,
di insulti, di gemiti, di mormorii, di fantasmi…
Così noi, a un tratto, quasi senza volerlo,
ci sentivamo nei suoi confronti buoni come dei giganti con una lillipuziana

Attraverso la sua gola passava il dolore, passava la fede,
passavano le stelle, passavano le campane…
Giocando, come una gigantessa, ci prendeva nella mano,
come tanti miseri Gulliver.

Ma in lei, artista autentica, la cosa più importante
era che, a dispetto della morte che l’aspettava,
per la sua gola passavano nuovi artisti,
che dietro si lasciavano nodi di lacrime.

Così la Piaf, uscendo di scena, come tuono,
profetizzava nella sua frenesia.
La piccola civetta cantava, come canterebbe una chimera
caduta sul palcoscenico dall’alto di Notre-Dame.

Letta da Giuseppe Di Mauro

Una risposta

  1. Una poesia particolare, legata per me a tantissimi ricordi di quando ero giovanissima e giravo il mondo. Ricordo le musicassette comprate in Francia di Edith Piaf e l’amore folle che mi era venuto per la sua voce. E di conseguenza poi la scoperta di tanti splendidi cantanti francesi, Brassens in primis, Aznavour, Moustaki etc.
    Mi ripenso sulla vecchia mini verde marcio, cantando a squarciagola, finestrini abbassati vivendo quello che arrivava. Allora il pensiero dell’uscita di scena era lontano, oggi ovviamente è ben più presente, ma questa poesia e la magnifica interpretazione che ne fa Giuseppe Di Mauro (che ringrazio di cuore) mi riempiono soprattutto delle sensazioni belle di allora e non del presente.
    Vi lascio con questa poesia di Evtušenko e poi mi racconterete se conoscevate la Piaf e tutti gli altri grandissimi chansonniers.
    Buona giornata a tutti voi 🙂

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