POESIE

Elizabeth Jennings
Sequenza in un ospedale

I Dolore

Non so più cosa fare,
ho esaurito tutte le risorse, sono sdraiata qui,
tutto il mio corpo teso al tocco della paura,
e la mia mente,

soffocata come se i nervi
si rifiutassero di lasciare che i pensieri si formino,
non è più un luogo sicuro dove ritirarsi, una casa ordinata,
non risponde più

ai bisogni del mio corpo, non fa più scudo
con belle parole, come prima avrebbe fatto ogni giorno,
al mio pozzo di terrore. Ora, lentamente,
il mio cuore, le mie mani, tutto il corpo si abbandonano

alla paura. Letto, corsia, finestre iniziano
a perdere la loro solidità. I volti non sono più
gentili o desiderati, ma combatto ancora il terrore
più grande – l’oblio – che l’ago mi inietta.

II La corsia

Chi con le fotografie dei nipoti,
chi parlando della sua malattia,

chi con il ricordo del suo giardino,
chi col suo matrimonio – ognuno

tiene a bada la morte costruendo intorno al proprio male
un passato che, a suo tempo, non ha mai onorato.

Il sole scorre attraverso la finestra, la terra si solleva
dolcemente verso questa nuova stagione. Boccioli

si arrampicano nel mondo sano dove nessuno pensa
al dolore. E i pazienti non vogliono che ci si pensi;

la loro protezione è fatta di piccole cose –
il sogno la notte scorsa, una foto, un’immagine.

III Dopo un intervento

Cosa dire innanzitutto? Capivo di aver paura,
non nel modo in cui avevo paura
quando ero sveglia e stavo bene, voglio dire semplicemente
che la paura è diventata assoluta e ne sono diventata
succube; lei chiamava, io obbedivo.

La paura, che prima era particolare,
legata a questa o quest’altra immagine, parola, evento,
qui è diventata generale. Passato e futuro non
significavano nulla. Solo il presente aveva
questa enorme, vaga paura, questo unico desiderio.

Ma la vita si agitava sempre e gli stessi nervi sono divenuti
colpi che fanno male crescendo, sensibili
non alla morte ma ad altri modi di vivere.
E ora sono convalescente, la paura non può pretendere
di avere pieni poteri. Ma non sono più la stessa.

IV Pazienti in una corsia pubblica

Come bambini ora, un letto accanto all’altro,
con i fiori dove, in una vera infanzia, ci dovrebbero
essere giocattoli, segretamente
ci prendiamo cura della nostra malattia,
e quando parliamo lo facciamo per compiacerci
del fatto che ancora non siamo morti.

Tutto è tenuto al sicuro – il mondo sano
tenuto a distanza, su una corda.
Là dove le cose umane come odio e speranza
persistono. Il mondo che conosciamo è pieno
di cose di cui abbiamo bisogno, non belle
ma desiderate – un bicchiere da tenere

e da cui sorseggiare, un cubetto di ghiaccio, una pillola
che ci aiuta a dormire. Ma in questo nido caldo e
isolato, il minimo allarme
parla chiaramente di morte. Le nostre paure si ingrandiscono,
non ci sono più posti in cui nascondersi
e non c’è più pace nel giacere immobili.

V I visitatori

Mi fanno visita e cerco di mantenere
un sorriso affabile sul mio viso. Anche qui
Elizabeth-Jennings-Sequenza-in-un-ospedalele formalità sono necessarie, nessuna relazione
profonda, solo un modo per mettere da parte
le emozioni; la paura che
sentivo la notte scorsa è sepolta in un sonno narcotico.

Arrivano, e tutta la loro gentilezza mi fa venir voglia
di piangere (dicono che i malati piangono facilmente).
Quando se ne andranno sarò fiacca e debole,
il mio cuore batterà e inciamperà all’impazzata;
ma attraverso la mia malattia posso vedere
un desiderio indelebile che nessun dolore, nessuna paura può domare.

La vostra assenza è stata più forte di ogni dolore
e sono felice di scoprire che, quando la mente
è più debole, è a voi che torna sempre.
Attraverso tutte le notti rumorose in cui,
bruscamente svegliata,bramavo che il giorno
e la luce arrivassero – in quel deserto malato eravate la vita, la pioggia.

VI Ospedale

Osserva le ore che sembrano restare
fra questi letti e fermarsi finché
un grido irrompe nel tempo per provare
che il genere umano soffre ancora.

Osserva i lunghi fiori avvizziti,
un momento così coraggioso per uno sguardo.
Gli occhi febbricitanti guardano fra le ore
e i petali cadono lasciando morbide orme.

Un mondo dove il silenzio non afferra,
ha solo un’esitante piccola stretta.
Mani fiacche stringono le coperte,
menti scivolano via lentamente dai loro corpi.

Anche se qui non si parla mai di morte,
essa è più palpabile e sentita –
mentre tocca una guancia o in una lacrima –
con la sua presenza in assenza.

Le grida soffocate, le tende tirate,
i fiori pallidi prima di cadere –
il mondo stesso qui è ridotto
a ciò che è piccolo e sofferente.

Le grandi filosofie vanno via
grandi parole se la svignano, come fede, amore
il battito del cuore umano
è un conforto sufficiente.

Solo una persona, sognando, ritorna
a come si sentiva quando stava bene,
piange sotto il cuscino alla sua mancanza
ma non può dire nulla, ma non può dire nulla.

VII Per una donna con una malattia mortale

Il verdetto è stato emesso e tu giaci tranquilla
oltre la speranza, l’odio, la vendetta, persino la compassione di sé.

Accetti con gratitudine i regali – fiori, frutta –
goffamente offerti adesso che anche i tuoi visitatori

Sanno che morirai di certo, è solo questione di mesi,
sono silenziosi adesso, ridotti a semplici gesti,

impotenti di fronte alla situazione, forse odiandoti
perché sei proprio tu la causa del loro disagio.

Anch’io, guardando dal mio angolo provvisorio,
mi sento impotente e desidero qualcosa di violento –

sola solidarietà? Non ne sono sicura,
ma almeno qualcosa che spezzi la terribile tensione.

La morte non ha diritto di arrivare così silenziosamente.

VIII Pazienti

La violenza non fa paura.
Una tempesta qui sarebbe un sollievo,
un lampo un compagno nel dolore.
È l’impotenza, il modo in cui giacciono

oltre l’amore, la paura, la speranza,
che mi spaventa. Vorrei gridare,
far scontrare la mia voce col silenzio, schernire
questa sofferenza passiva. Si muovono

solo con dolore, i loro corpi sembrano non dipendere più da sangue, muscoli, ossa.
È come se solo l’aria
li tenesse vivi, oppure un solo capriccio

dei macchinari, dei chirurghi, dell’infermiera.
Anch’io sono una di loro, ma sto abbastanza bene
da desiderare un semplice segno di vita,
o da immaginare il mio peggioramento.

Traduzione a cura di Letizia Merello

 

QUI la versione originale Inglese

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