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Diego Cugia L’amore degli altri

L’uomo scopre di amare al tramonto
quando la vista stanca e le lacrime autoritarie
gli sgorgano per uno stupido bolero
e l’orizzonte si sfuoca al punto
che è indistinguibile il mare dal pianto,
e il ricordo di lei gli barda il cuore.
Lui, ultracinquantenne, in tempo giovane
aveva avuto qualche successo da visionario
(Un eroe della radio? Un telefilm? Non mi ricordo).

Poi la gloria lo cancellò, e un tenore di vita
da prodigo incosciente, lo ridusse sul lastrico.

Lo conobbi su una panchina de L’Avana,
in una notte in cui l’oceano spadroneggiava
sul Malecon. Parlava da solo, di figli sperduti
come spiaggiati balenotteri, e di una donna
(“l’unico grande amore della mia vita…”, ripeteva
come fanno gli scolari all’interrogazione, quando,
impreparati, ricominciano il discorso dall’inizio) …
“L’unico grande amore della mia vita, io
non potei ingannarlo, sarei stato un traditore,
e lei era già stata mortalmente aggredita. Pure,
per tenerla, avrei dovuto compiacerla,
illuderla, blandirla, perché ogni volta
che mi comportavo onestamente,
lei mi giudicava un delinquente.”

Si capisce che un italiano esiliato a Cuba,
con un sigaro invecchiatogli fra i denti
in attesa della benedizione di un miracolo
per festeggiarla con l’ultimo fiammifero,
non potesse darmela a bere. “Lo sarai stato,
un delinquente, vecchio”, sentenziai, mentre
l’oceano ci sputava in faccia
il suo livore invernale. “Chissà che le facesti
a quella povera donna, se ancora è viva,
con quegli occhi azzurri da santo scriteriato
coi quali, da che tempo è tempo,
si travestono i diavoli.”

Allora si voltò e lo giuro, in un battito di ciglia
mi lesse la vita: Fernanda, la mia anziana moglie,
i nostri figli laureati in una
delle migliori università tedesche,
la mia strutturata amante di Monaco che arrotola
la erre con la punta della lingua brillante
come il puntale d’argento sull’albero, a Natale;
Mi lesse -ne sono certo- il conto in banca,
ed il mio vizio di distribuire una quota di pensione
alle jineteras de l’Avana.
“Tu sei innocente?” gli domandai furioso.
“Mai nessuno lo è, neppure Iddio, se solo
fosse dotato di un minimo di stile.” Tacqui,
perché il dolore, anche quello degli scellerati, impone
una qualche forma di rispetto, o quantomeno
di muta solidarietà.

Dopo un tempo che mi parve eterno,
l’italiano riprese la solita solfa: “L’unico grande amore
della mia vita…”, ripeté. E qui accadde
lo straordinario che mi ha condannato
a ribaltare l’esistenza, proprio all’ultimo,
in pensione, dopo aver costruito gallerie, ponti e palazzi,
io, ingegnere sessantaseienne bavarese,
tecnocrate, pragmatico, con unico dio il calcolo,
ho assistito alla fabbrica di un sogno.

A pochi metri da quella panchina, sull’Atlantico
è spuntata la catena del Bianco. Ne ho riconosciuto
Il Dente del Gigante e, più giù, la punta rossa della Grivola
e il Rosa, dove la mia Fernanda era stata in gita da ragazza.
Ma quella che vidi non fu lei davvero (poiché
ero intrappolato nel ghiacciato sogno di un estraneo)
ma una figura con un nero abito da sera
che camminava a piedi nudi nella neve
lo sguardo allucinato e le movenze
di una bianca tigre siberiana.

L’uomo la chiamò. Mai più
udirò un grido simile. Era di angelo
dannato o di belva affamata, non so dirlo, un grido
disperatamente terso come il cielo azzurro
su una città morta. Lei si fermò, si volse
sulle nevi dell’oceano innevato,
portandosi la mano alla fronte da sentinella,
e guardò i Caraibi in controluce. L’italiano sorrise,
con negli occhi l’innocenza del dolore più assurdo,
e anche lei, pur senza riconoscerlo, lo vide,
e se ne stette incerta, a domandarsi -io credo,
se fosse una diabolica attrazione
o un ineffabile miracolo. Egli si alzò,
ed entrambi, contemporaneamente,
si spalancarono le braccia in un gesto dolce, così dolce,
di riconoscimento oltre tutto. L’apparenza, i personali
egoismi, le brutture dell’esistenza,
tutte le cose miserabili, e persino la distanza
che corre tra età ed età, e tra le Alpi e i Caraibi,
o fra il magma della realtà e la materia
di cui son fatti i sogni; tutto, tutto si arrese
a quel gesto di accoglienza, nella promessa
della carezza che lenisce il dolore di vivere.
Non ho mai visto due persone così distanti
e così unite. Poi l’uomo scavalcò
con passi lenti e gravi l’alto muro del Malecon
impregnato di storia e di salsedine.
E mentre la neve si sbriciolava piano sulle onde
li vidi baciarsi all’orizzonte, lievi e audaci,
carezzandosi le guance infuocate.

A chiunque siede su questa panchina
racconto, ormai, la mia storia: “L’unico grande amore
della mia vita…”, attacco così, “fu di altri”.
Mai, però, il dolore mi diede tregua,
e non ho neanche il beneficio della colpa,
di non averlo saputo riconoscere,
perché non ho mai visto la mia Fernanda né me,
sulla ruga dell’orizzonte di Cuba,
ma di noi due ho solo un ricordo vago
di qualche fragorosa Oktoberfest.
Sono storie che passano.
Ma l’amore, oggi posso dirlo,
l’amore è un’altra cosa.

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