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Carol Ann Duffy La moglie di Pilato

Prima di tutto, le mani – mani da donna. Più delicate delle mie, 
con unghie iridescenti, come conchiglie di Galilea. 
Mani indolenti. Mani effeminate che schioccavano per ordinare l’uva. 
Il loro tocco pallido, molliccio mi faceva trasalire. Ponzio. 
Avevo voglia di Roma, di casa, di qualcun altro. Quando il Nazareno 
entrò a Gerusalemme, la mia cameriera e io uscimmo furtive, 
annoiate a morte, travestite tra la folla in delirio. 
Inciampai, mi attaccai alla briglia d’un somaro, alzai gli occhi 
e lo vidi. La faccia? Brutta. Ispirata. 
Mi guardò. Dico guardò me. Mio Dio. 
Per occhi così si può anche morire. Poi se ne andò, 
i suoi rozzi seguaci si aprirono un varco fino alle porte. 
La notte prima del processo, lo sognai. 
Le sue mani scure mi toccarono. Sentii male. 
Sangue. Vidi che ogni rude palmo era trafitto 
da un chiodo. Mi svegliai tutta un sudore, eccitata, atterrita. 
Lascialo in pace, lo avvertii in un messaggio. Poi in fretta mi vestii. 
Quando arrivai, il Nazareno aveva una corona di spine. 
La folla ululava il nome di Barabba. Pilato mi vide, 
distolse gli occhi, poi si arrotolò le maniche con cura 
e lentamente si lavò quelle mani futili, profumate. 
Presero il profeta e lo trascinarono via, 
sul Golgota. La mia cameriera sa tutto il resto. 
Era Dio? Certo che no. Pilato credeva di sì. 

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