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Alejandro Jodorowsky Viaggio al centro della ferita

Per quanto sepolto nelle tenebre della mente
percepisco un uccello di luce nei suoi profondi meandri
che lotta contro il rapace volo e m’incatena
alla legge della ragione. Intrappolato nell’angelico intelletto
non posso scontrarmi in quanto uomo con quello dell’uomo.
A mente sgombra allora, mai getterò alle ortiche
quest’urgenza salmastra di conoscere me stesso?
Dalla mia anima voglio solo ciò che è inferiore al cane,
lo sterile punto dove convergono gli ordini del mondo,
là dove sotto l’eterno cambiamento niente vive né permane,
tranquillo vegetando nel perfetto odio per la mia ombra.
Come assetato in abbondanti acque bramo l’assenza divina
esigendo che la causa dell’amore torni al permanente segreto,
che la sparizione dell’invisibile Essere Perfetto mi restituisca
la reale capacità di godere per le mie numerose ferite,
che il veleno del silenzio mi liberi dell’inumano futuro.
Ma quando penso “voglio” soffro e basta in realtà.
Oh compassionevoli padroni, allontanate da me il vero oggetto,
concedetemi quelli che falsi sono,
segrete piaghe che tra il corpo e l’anima scivolano,
passioni senza cura come serpenti senza fine
delle quali il cuore solo può essere responsabile!
Senza esser tormentati dalla verità o dalla bellezza
tagliare i lacci che all’amore redentore ci legano,
smettere di sentire, dire, fare, piangere, eliminare dagli occhi
la madre, da un trono indifferente guardarla agonizzare
come un glauco mollusco arenato sulla spiaggia,
affinchè cessi la febbrile santificazione del Sapere,
affinché la ferita sia solamente ferita
in una carne che d’essere necessità dell’anima rifiuta.

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