Pensieri ad una amica che non c’è più

Pensieri ad una amica che non c’è più

Ci sono giorni estremamente duri, che ti svuotano di tutto e pare ti lascino senza nemmeno un a parvenza di anima.
Ieri è stato uno di quei giorni per me. Ed è per cercare di ritrovare me stessa che mi sono decisa a scrivere.
Ieri mattina ho ricevuto una bruttissima notizia, quella della scomparsa di una cara amica.
So che non la ho persa, so bene che fino a che resterà nel mio cuore e nella mia memoria, lei sarà viva. Ma è solo un volersi convincere di questa cosa, io sento solo un vuoto enorme che so non si riempirà mai più.
Voglio parlarvene perché questa è comunque una storia bella, di una amicizia che poteva sembrare impossibile e che invece è esistita e mi ha dato tantissimo.
Non metterò il nome di questa amica perché scriveva anche qui qualche volta e penso che sia giusto mantenere la cosa privata: potrebbe darsi che qualcuno che la conosceva direttamente, nella realtà di Bergamo la riconosca ma non credo che questo potrebbe infastidirla.
Una donna speciale, conosciuta qui sulla pagina, qualche scambio di opinione, qualche incoraggiamento da parte sua nei miei momenti di depressione ma nulla di particolare.
Fino a quando, anni fa, si ammalò di una malattia oncologica ematologica e, con mia grade sorpresa, mi invitò a far parte del gruppetto cui dava notizie del decorso delle cure.
Ed era un gruppo ristretto di persone cui lei presumo teneva in particolare, eppure incluse anche me.
Persona di spirito, capace di scherzare su tante cose off limits, da quella malattia riuscì ad uscire ed era parso un miracolo.
Non fu certo una passeggiata, ma forse proprio per quello il ritorno alla visione di vita con un futuro credo abbia reso la vita speciale.
Ma sappiamo bene che se la fortuna è cieca, la sfiga invece ci vede benissimo.
Pochi mesi dopo altra diagnosi orribile che non dava vie di uscita.
Insieme mi ero ammalata anche io e ci siamo ritrovate legate a doppio filo: lei che preferiva non parlare della sua malattia, io che non avevo nessuno con cui farlo.
Da quel momento iniziammo a sentirci quasi ogni giorno, non avendo io un cellulare trovammo la soluzione per installare WhatsApp sul PC e così ebbe inizio una strana passeggiata, la scoperta di una persona, la nascita di una amicizia basata sul rispetto e sull’affetto oltre che sulla condivisione di problemi, timori, aspettative comuni.
Senza di lei sarebbe stata durissima per me, non potrò mai smettere di ringraziarla.
Mi è stata amica, confidente, consigliera: abbiamo chiacchierato di infinite cose, scambiato esperienze, scoperto conoscenze comuni del passato, di avere frequentato anche la stessa scuola a pochi anni di distanza una dall’altra.
Di avere vissuto vicine, percorso le stesse strade, avuto problemi analoghi: che scherzi ti fa la vita, io in Canada , lei a Bergamo, mai viste quando vivevamo nella stessa città e ci si trova qui, parlando di poesia, di libri e di amicizia.
Ci si ritrova a condividere le stesse paure, le stesse minacce, a scherzare su cose assurde che però erano reali ma che nessun altro oltre a noi era abbastanza pazzo per scherzarci sopra …
Prima lei mi ha donato la sua esperienza con la malattia ed o ho poi ricambiato a mia volta con la mia: si rideva in fondo su tutte queste cose, si era fataliste ma mai pessimiste: io per indifferenza alla mia sorte, lei per vero ottimismo e per grinta tutta sua.
Bello vivere queste esperienze con una persona come lei accanto: ottomila chilometri di distanza e non sentirli.
Carissima amica, mi hai riempito la vita in questi ultimi anni, ci hai portato sorrisi e anche risate, ci hai portato soprattutto cuore e umanità, mai nulla di mieloso (dicevamo tra di noi “gné – gné), tanta schiettezza e coraggio. E voglia di vivere, quella voglia che io non avevo e che tu invece possedevi fortissima: me ne hai passata un po’ non fosse che per il fatto che facevamo anche scommesse su chi avrebbe aspettato l’altra …
Da quando i miei esami avevano dato in remissione la mia malattia, io avevo automaticamente esteso questa condizione alla tua, non poteva essere diversamente.
Le tue cure andavano invece avanti, ma la tua reazione a tutto aveva fatto credere a quelli che ti volevano bene che avresti fregato anche questa malattia: io almeno ci credevo fermamente.
E quando ad agosto venne fuori una complicanza io volli pensare che fosse solo quello: un incidente di percorso da superare anche se dolorosamente.
Sai, lo scorso mese ci siamo sentite poche volte purtroppo: tu eri in ospedale e io non osavo chiamare. Quando ci siamo sentite dopo l’intervento eri sofferente e arrabbiata, volevi andare a casa e cercare di riprenderti la tua vita.
Sai carissima, ti avevo spiegato tante volte che io non chiamo mai nessuno per prima (chat, Skype, telefono, WhatsApp) sono sempre stata terrorizzata all’idea di disturbare.
Ho sempre pensato a tutti gli altri come persone con una vita, impegni, lavoro, amici, uscite; tutte cose che io non ho più e per questo motivo io so di essere sempre libera, disponibile, a qualsiasi ora del giorno e della notte.
Tu avevi capito questa mia ennesima paura ed eri sempre tu a chiamarmi, facendo combaciare gli orari con altre telefonate che dovevi o fare o ricevere perché altri potessero stare tranquilli che tu stessi bene.
Quante ore di chiacchierate, io mettevo il vecchio cellulare di Chiara in vivavoce e parlavamo di tutto, mentre contemporaneamente portavo avanti il lavoro su Loiste.
Sai, quando lo ho messo online, ho pensato a te proprio per le mille volte in cui mi hai fatto forza e mi hai spinto a non mollare: quando ho visto che tu non ti sei fatta sentire ho pensato per la prima volta al peggio, ero certa che tu non saresti mancata in quel momento per me così importante.
È stato quello il primo momento in cui ho avuto paura: avevo sentito la tua voce così stanca, sapevo che il recupero era pesante (ci ero passata da poco anche io) ma non avevo mai avuto dubbi: tu avresti vinto.
Poi il nove settembre sono arrivata al PC ed ho trovato una tua registrazione su WhatsApp e mi sono scoperta vigliacca: non avevo il coraggio di ascoltarlo, lo guardavo e mi chiedevo, “Perché non ha chiamato alle solite ore?(abbiamo 6 ore di fuso orario di mezzo)
Dopo avere ascoltato ho capito e ho pianto, in quel momento per la paura di perderti, per la rabbia di non potere esserti vicina, per lo sconforto e la mostruosa sensazione di totale inutilità.
Poi sono tornati a galla i miei sensi di colpa, gli stessi di cui avevo parlato ai miei figli e a mio marito.
Perché sai, amica carissima, ogni volta che mi riportavi di risultati non del tutto positivi delle cure e il pensiero delle dottoresse sempre in dubbio, io mi ponevo una domanda, una sola: perché a me è stato dato altro tempo e invece a te era stata data una fottuta condanna?
Ho fatto arrabbiare i figli ed Elio che trovavano il mio ragionamento assurdo, ma credo sapessero anche che era il mio pensiero, era veramente quello che sentivo dentro.
E poi ieri mattina le parole di tua figlia, la chiusura di un capitolo della mia vita, quello trascorso in tua compagnia.
Sono qui che vorrei cambiare le cose, vorrei fosse il contrario, vorrei … non lo so cosa vorrei, so solo che non riesco ad accettare questo fatto.
Ed ho scritto queste righe proprio per questo motivo: volevo che si sapesse di come una amicizia possa nascere senza una vera presenza fisica, tra sconosciuti che ripongono fiducia l’uno nell’altro.
Il che è esattamente quello che io sognavo con Loiste, che con te si è completamente e perfettamente realizzato.
Abbiamo avuto il nostro salotto, con i gatti davanti al camino, la tazza di cioccolata calda e tante chiacchiere, tanto affetto e tanta compagnia.
Questa è una cosa che possiamo ottenere tutti nel momento in cui ci apriamo agli altri, in cui decidiamo che le persone meritano la nostra fiducia: tu mi hai dato la tua ed io la mia.
Mai dono poteva essere più proficuo.
Scrivo tirando su il naso e asciugandomi le lacrime e penso a quel fumo liberatorio di cui avevamo parlato tante volte, quando tu mi parlavi di tuo marito ed io dei miei genitori e delle mie personali scelte. Penso ai tuoi bambini pelosi, a quanto ti mancheranno e a quanto mancherai tu a loro.
Penso a tua figlia, al vuoto enorme che la tua mancata presenza le creerà: eri una persona “ingombrante” nel senso buono: tu c’eri, non ti si poteva trascurare, non eri trasparente come tante persone.
Lasciavi un segno, lo hai lasciato anche qui – in Canada – dove non eri mai stata.
Mi rimane un pacchetto di vecchie cartoline, una serie di foto che dovevamo vedere insieme di vecchi mobili. Il pacchetto era in attesa dell’indirizzo e poi lo avrei dato a Marco da spedire dalla Francia in uno dei suoi viaggi a Parigi: erano le cartoline che ti avevo promesso per tua figlia e insieme c’era una chiavetta USB con delle discografie di cantautori che amavamo: ricordi quando ci siamo messi ad ascoltarli e a cantarli online facendo a gara per dimostrare che ricordavamo tutte le parole?
Abbiamo avuto tanti bei momenti insieme e quelli brutti riuscivamo a farli diventare accettabili parlandone.
Mi avevi ridato fiducia nell’amicizia, una fiducia diventata così fragile dopo le ultime “craniate”.
In una sola cosa non ho seguito il tuo consiglio, lo sai bene.
Non ho mai confessato nulla dei miei problemi di salute a quelle persone che volevo proteggere ad ogni costo perché erano lontane.
Non saprò mai se ho sbagliato io ed avevi ragione tu ormai.
E proprio per quella scelta oggi resto completamente sola di nuovo, o meglio no, tornerò a parlare con il cuore e a sentire le risposte con la mente: un circolo che si esaurisce solo in me stessa ma che manterrà sempre viva la tua presenza.
Grazie amica mia, grazie per quello che abbiamo potuto vivere insieme e grazie per avermi confermato che nulla è più importante che offrire una chance all’amicizia, aprire una porta e fare entrare il prossimo lontano.
Tutto questo permette di rendere la solitudine una cosa preziosa perché la condividi.
Dovunque tu vada io sono sicura che resterai anche con me e con tutte le persone a cui dato il tanto amore che avevi.
Ora sei libera, sei in compagnia di tuo marito, e di tutti quelli che ti stavano aspettando.

Ti voglio bene, aspettami: ci si vede, da qualche parte.

La mia firma con la zampa di orso
Dammi una mano: Condividi questo pensiero
Condividi su facebook
Condividi su whatsapp
Condividi su twitter
Condividi su pinterest
Condividi su linkedin
Condividi su tumblr
Condividi su print
Condividi su email

Copyright © 2003-2019 – Tutti i diritti riservati. – Disegnato e realizzato da Lio Saccocci

Pin It on Pinterest

Shares
Share This

Condividi se ti è piaciuto!

Fammi conoscere ai tuoi amici

Shares