Il pieno di vuoto

Il pieno di vuoto

Mi sento “oltre”.
Oltre la tristezza, oltre la depressione, oltre l’angoscia.
Mi sento nel nulla, mi sento vuota o meglio, piena di vuoto, di un vuoto pieno, rumoroso, che mi stordisce. Che mi fa male. Che mi uccide.
Non riesco nemmeno più a sfogarmi qui, sento dentro le cose che vorrei dire: parlare degli ormai “dieci anni” lontana da casa, raccontare il costante e irrefrenabile decadimento fisico che vivo quotidianamente, buttare fuori l’odio che mi sta rendendo impossibile anche solo il prendere quella boccata di  aria che rimanderebbe il tutto.
Ma quale “tutto”? cosa significa quello che sto scrivendo, quello che le mie mani bislacche stanno scrivendo al seguito di un impulso cerebrale che non riesco a riconoscere né tanto meno a controllare.
Cosa mi sta accadendo ancora? Non avrà mai fine questo percorso da cieco nella luce o da vedente nel buio?
Vivo tra nulla e nulla eppure sento tutto.
Mi pare di correre troppo e di cadere di continuo, eppure non è vero: io sono immobile, non faccio nulla e non vivo nulla.
Mi pongo degli obbiettivi per avere  dei sassolini da seguire come Hänsel e Gretel, ma poi mi accorgo che sono troppo difficili da raggiungere, che non posso farcela, che sono come una automobile che non parte più o che – se parte – riesce solo a fare un rantolo di movimento.
Sento dentro di me una montagna di nulla che si gonfia e preme contro le pareti del mio corpo, che vorrebbe esplodere e distruggere tutto quello che sono diventata.
Perché quello che sono è qualcosa che odio. Quello che faccio o meglio, quello che non faccio, è qualcosa che rifiuto. Perché io che credo di non avere mai odiato veramente nessuno, oggi odio. Odio me stessa, odio quello che sono, quello che ho fatto, quello che non ho fatto. Odio le mie scelte, odio le mie idee, odio la mia incapacità a vivere, odio il mio essere solo un peso che altri debbono sopportare.
Forse sarebbe più semplice se fossi sola, senza nessuno, senza un marito (pover’uomo). I figli grazie al cielo sono abbastanza distanti da non essere coinvolti molto o almeno spero di riuscire a recitare in modo accettabile nei pochi momenti in cui ci si incontra.
Non capisco più nulla, ho perso il senso delle cose in cui ho creduto: mi sono persa.
Dove sono? Chi sono? Cosa sono diventata?
Ho ricevuto 2 mail in questi giorni, le due sole persone che mi abbiano scritto in mesi. Debbo rispondere, vorrei farlo, ma non lo faccio. Perché farlo? Cosa dovrei scrivere?
Potrei parlare della assenza di tutto o della presenza del nulla. Sembra un gioco di parole, sembra che io mi stia dando all’utilizzo astruso delle parole. No, sto descrivendo quello che sento, lo debbo fare perché forse scrivendolo potrò capirlo. E forse capendo potrei accettare. E accettando chissà, magari sarebbe meno difficile.
Forse mi sentirei meno in colpa, perché la cosa peggiore di quello che vivo è la convinzione di essermi meritata tutto questo per quello che ho fatto o non fatto nella mia vita.
Perché mi debbo sentire così? Cosa ho fatto di così tremendo? Ho sempre cercato di non tradire le mie idee, le cose in cui ho creduto. Ho cercato di essere per quanto possibile coerente, ma forse la coerenza è un lusso che non ci si può permettere quando si è sbagliati “di fabbrica”.
Sì, perché in fondo questa è la verità: sono sempre stata sbagliata……
Ricordo la disperazione della mamma quando vergognandosi di me raccontava che io (6 anni) parlavo con l’autista del filobus come fosse un amico. La ricordo delusa quando fui “espulsa” dalla scuola di ballo perché ero un’anima ribelle. La ricordo vergognarsi della figlia che veniva  a prendere dalle suore e che trovava sempre sudata e sporca perché aveva corso e giocato da maschiaccio. Ricordo Suor Battistina chiamarmi “Cavallo pazzo”: lo diceva con affetto ma non riusciva a capire perché io fossi così. Ricordo i tentativi di “recuperarmi” mettendomi in collegio dalle suore, i sacrifici economici sopportati per “salvarmi”, i medici chiamati ed interpellati perché io ero una ribelle.
Dicevano: “..ha il cuore grande, è sempre pronta dare tutto a tutti, ma….”
Già, non sono stata una “brava” bambina e sono stata una adolescente anche peggiore. E da giovane donna ho dato il meglio: ho lasciato casa mia, me ne sono andata per inseguire i miei ideali, perché i compromessi non mi appartenevano.
Ho sconvolto il tran-tran familiare creando una situazione irreale, una via di mezzo tra l’essere buttata fuori casa e un “eroico” allontanamento.
Ma comunque la si vedesse ho fatto saltare un equilibrio, una famiglia.
Poco importa che quell’equilibrio fosse giusto o meno, esisteva. Ed io lo ho distrutto. E da allora mi trascino la mia colpa. Ed altre che poi se ne sono aggiunte.
Il tutto si è innestato in una persona che voleva essere diversa, in qualche modo speciale. Ma io di speciale non avevo nulla: volevo solo essere io, quella che voleva cambiare il mondo, eliminare le ingiustizie, rendere tutto migliore.
Da un estremo all’altro per tutta la vita.
Una vita fatta di speranze e tentativi. Una vita in cui iper attività e depressione si sono alternati di continuo.
Momenti di rifiuto di quello che sentivo dentro e che mi portava nel buio della depressione e della colpevolezza si sono alternati a abissi in cui mi abbandonavo ai sensi di colpa.
Gli amici, le persone che sembrava potessero avere bisogno “anche” di me sono state le mie ancore di salvezza. L’essere in qualche modo necessaria ai miei figli mi ha tenuto in bilico, in un faticosissimo equilibrio che doveva esserci, per l’amore che avevo per loro e che sapevo esprimere solo dentro di me. La morte della mamma, arrivata all’improvviso mentre il nostro rapporto era a pezzi per tutte le difficoltà che si stavano vivendo, ha dato inizio ad una lenta scivolata. Mi sono aggrappata a tutto, ho lottato per fare cambiare idea a mio padre, a mio fratello… chissà se ci ero riuscita…
Poi la morte del babbo e l’inizio del crollo finale. La perdita di quello che mi restava della famiglia, delle mie radici.
Sono scappata, non riuscivo a combattere più. Non avevo più nulla e soprattutto non potevo permettermi di perdere qualcun altro.

E sono passati altri 10 anni. Difficili, qualche volta impossibili.
Ma purtroppo sono ancora qui e ora assisto al crollo dentro di me.
Implosione? Da Wikipedia: “Per implosione si intende un fenomeno opposto all’esplosione il cui effetto finale è una concentrazione in un piccolo spazio di materia ed energia”.
Sì, sto implodendo.

La mia firma con la zampa d'orso!

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