Il “male oscuro”

Il “male oscuro”

Sembra quasi un blog morto il mio…
In effetti non lo è: ci scrivo ma lascio i miei post “privati”, forse per vergogna, forse per evitare la delusione del vedere sempre tutto deserto. In fondo i miei post sono solo sfoghi, non ho nulla da comunicare a nessuno, non ho notizie da dare, nulla da insegnare, fatti da lasciare ai posteri.
Nulla di tutto questo, il mio blog era nato- ed è rimasto -un semplice diario, come quello che si scriveva sui quaderni. Un posto dove sfogarsi, dove raccontare le proprie gioie o i propri dolori, un quadernetto che da giovani si nascondeva sotto il materasso o tra i libri, per fare in modo che nessuno lo trovasse e lo leggesse.
Ecco, in questa ottica è corretto che non si veda quasi mai nulla di scritto, in fondo le situazioni della nostra vita ci appartengono e non dovremmo certo metterle in piazza. La logica dice che quello che fa parte della nostra vita dovrebbe essere – forse – conosciuto solo a chi ci vuole bene, alla famiglia, agli amici. A loro e solo a loro potrebbe – forse – interessare quello che tu provi, quello che ti fa stare male, quello che hai dentro, in fondo a te stesso, e che in qualche modo ti disturba al punto tale da dovere essere “buttato fuori” pena l’avvelenamento.
Non sono più sicura di nulla ormai, so che la depressione prende il controllo di quello che sei a tal punto da “falsificare” quello che vorresti dire. So soprattutto che è facile giudicare quello che persone come me scrivono. In fondo siamo proprio noi ad allontanare gli altri, anche se non lo si fa – o almeno io non lo faccio – per cattiveria. Li allontani perché non vuoi travolgerli e portarli a fondo con te, li allontani perché ti vergogni di quello che sei divenuto, li allontani perché vuoi che vivano la loro vita senza essere contagiati da te e dalla tua di vita. La depressione ti fa diventare anche cattiva, ti fa venire a galla una specie di rabbia che non è abbastanza forte da farti reagire, ma lo è a sufficienza da non farti sopportare che “gli altri” non capiscano come ti senti, che sappiano solo spronarti a reagire, continuando a portarti il loro esempio su come la vita debba essere affrontata. E tu come fai a fare loro capire che sarebbe come dire a uno senza gambe che la maratona è faticosa “anche” per te e che è solo questione di volontà. Loro vedono che tu le gambe le hai, non possono sapere che, in effetti, quelle gambe non possono portarti da nessuna parte, sono solo apparenti.
Anche solo spiegarlo è difficile perché spiegare le malattie che non si vedono è sempre difficile. Voglio fare un altro esempio. Io, obesa, grassa. Io che ormai peso due volte e passa il peso che avevo quando sono arrivata qua in Canada. Io, sacco informe che fatica a trascinarsi, ormai zoppa, ormai incapace a muovermi e camminare. Ecco, le cose che ti vengono dette sono del tipo: “Basterebbe la volontà, una dieta, muoversi, fare ginnastica”. Peggio ancora: “È solo colpa tua se le cose sono arrivate a questo punto”. Allora ci provi a difenderti, tenti di parlare di problemi che non si riescono a risolvere a ipofisi e tiroide, provi a dire che mangi poco, provi anche a dire che ultimamente mangi anche di meno perché hai perso totalmente la capacità di sentire il gusto dei cibi, ci provi… ma sembra tutta una scusa. Ti viene detto che i medici questi problemi li risolvono, che ci sono le terapie giuste, che basterebbe operare le anche, curare quello che non funziona, ecc. ecc. A cosa varrebbe a quel punto dire che non hai la possibilità di avere un medico, di fare esami del sangue, di farti capire e di parlare. Quando vedi che la situazione tua personale non fa che peggiorare, che le difficoltà aumentano, le limitazioni sono sempre maggiori, ti guardi intorno e ti chiedi: “Che cosa posso fare? Chi mi potrà mai aiutare?” e capisci che sei sola, completamente sola e che devi esserlo per non trascinare con te altri. Con chi potresti sfogare la tua paura? A chi potresti raccontare quello che ti sta accadendo? Non hai nessuno con cui potresti farlo senza fare danno. So che se mai mia figlia leggesse queste righe si sentirebbe offesa, profondamente. No, tesoro mio, non dovresti esserlo, perché io so che ci sei, ma so anche che tu più di ogni altra persona che mi resta, hai bisogno di vivere una vita tua, non oppressa dalla mia condizione. Ti ho già rovinato abbastanza la vita e so di averlo fatto. La depressione è come una nuvola tossica, non avvelena solo chi ne è affetto, ma si estende a che è vicino, in primis quelli più deboli. E tu eri quella. Quando la depressione ha iniziato a diventare forte, io ero la sola adulta della tua vita. E anche della vita di tuo fratello. Ma lui era ed è diverso, lui era capace di tenersene fuori e di non farsi contagiare. Ed appena ha potuto è scappato lontano da questa barca che andava a fondo, non aveva più bisogno di me e poteva stare lontano finalmente. Tu eri e sei diversa, hai purtroppo ereditato da me un modo di vedere la vita “differente”. Un tempo ero così felice di questa somiglianza, amavo l’idea di lasciare qualcosa di me in te. Oggi la vivo come una colpa perché so che questa è solo una condanna. Ti lascerai coinvolgere dalle sofferenze degli altri e lotterai per aiutarli ed alla fine prenderai solo calci. E soffrirai. Tanto.
Lo so bene, ci sono passata per oltre quaranta anni. E non era questo che avrei voluto per te….
Forse in Italia le cose sarebbero andate diversamente o forse no… chissà! La mamma era in Italia ma nessuno, io per prima, la ha mai aiutata. Allora la depressione nemmeno la si nominava se non per qualche attore o personaggio famoso. Ricordo la mamma nominare Vittorio Gassman, poi scopersi di Montanelli e di altri. Poi il libro “E liberaci dal male oscuro” e da lì la comprensione di una malattia.
Ma comprenderla non serve a molto, non è cosa che si accetti e che in questo modo diventi più facile conviverci. Diciamo che almeno si impara che è essenziale tenere lontano che ami, per non far loro del male. E per me non è certo difficile. Il babbo si sa ama stare solo, da tutta la vita “insieme”. I nostri contatti si limitano a quei pochi minuti per la cena e poi un paio d’ore di televisione. E lì c’è la televisione che occupa lo spazio…. Altri qui non esistano. La mia vita canadese è ruotata solo intorno a voi due, i miei figli. Nessuna conoscenza, nessun amico, nulla di nulla oltre a voi e la casa. Poi Marco se n’è andato e tu anche. Tu per studiare, lui per la sua strada. E la casa non ha avuto più bisogno di me, la salute è peggiorata ed io ho man mano mollato tutto. Interessi, responsabilità, impegni, scelte…. Nella mia vita non c’è più nulla salvo il mio sito e un computer. E una caverna nera che sono io, che è la mia mente, che sono i ricordi, le angosce, le paure, i rimpianti.
Oggi ogni cosa ha un peso differente come se io abitassi su di un altro pianeta con una diversa atmosfera. Quando ho la forza scrivo qui, nel mio blog. Grido la mia richiesta di aiuto al nulla. E qualche volta pubblico questi scritti, poche volte…. E aspetto. E guardo se qualcuno risponde, se qualcuno legge. Come se da questo dipendesse la mia vita…
E faccio la stessa cosa ogni giorno, pubblicando le mie citazioni su Facebook, su Pinterest, su Stumble, su Tumblr. Pure su Twitter e su OK Notizie. E se trovassi altri posti in cui pubblicizzarle lo farei perché ad ogni cosa che condivido corrisponde una speranza di un segno, di un “Like – Mi piace”, di una parola scritta, di una condivisione. Perché sarebbero segni che non sono sola, che qualcuno mi ascolta, che c’è qualcuno. Ma non accade mai e nel pianeta in cui io ormai vivo, questo vuole dire che a nessuno frega nulla di quello che cerco di dire, di comunicare. È come se ogni mancato segno di presenza mi mandasse sempre più a fondo. Lo so bene che non è colpa di nessuno. Prima di tutto la gente vuole cose allegre e leggere, barzellette piuttosto che brani su cui pensare; “ti amo” piuttosto che “datti una mossa o questo mondo andrà a fondo”.
Ma io non sono mai stata quella delle cose dolci, ho sempre amato dire le cose vere, quelle che potrebbero fare del mondo un posto migliore. Cose che ovviamente non ho fatto io, non ho scritto io: io non ho mai fatto nulla di così buono, ma ho avuto la fortuna di conoscere e di vedere le cose buone, di leggerle e quindi oggi posso condividerle e sperare che altri lo facciano, che altri sentano la necessità di passare parola, di perdere pochi secondi per dire che una speranza di migliorare il nostro mondo esiste. Ma non accade, o meglio non accade con le mie condivisioni. Accade agli altri, a quelli allegri, a quelli che chiamano i “fan” cuoricini, amorini… Beh, io non sono capace di farlo, e non lo farei anche perché chiamare amici le persone che non conosco secondo me vale più di 1000 parole “melense”. Ma è vero, nel mio pianeta queste cose pesano tonnellate, diventano macigni di cui io sento la colpa. Perché alla fine mi chiedo sempre dove sto sbagliando, perché non riesco a fare partecipare le persone, perché ??
Esco fuori tema, mi perdo nei meandri dei miei pensieri, in cui io sono Liosite e Liosite è me. Perché è veramente così. Liosite è quello che mi resta ma si sta pian piano sgretolando. Ho provato e ci lavoro di continuo. Ho provato con le foto con le citazioni, sto cercando di migliorare mettendo immagini in tutte le citazioni. Cerco di cambiare l’aspetto del sito più spesso, ce la metto tutta, ma non riesco a fare cambiare nulla. Mi pare di essere in un cimitero. Ed ormai riesco a vergognarmi di postare le mie tre cose ogni giorno, ho paura di disturbare e basta. In fondo mi dico, se avessero piacere di leggere quello che scrivo, un solo secondo ci vorrebbe per cliccare un “Like” o uno “Share”. Se non viene fatto, vuole dire che quello che metto non è condiviso o non è nemmeno visto o letto. E allora perché continuare? Oggi ho provato a postare un articolo in cui venivano spiegati i “7 modi per rendersi insopportabili su Facebook “. Articolo molto interessante in cui si fa l’elenco delle peggiori caratteristiche di un post, caratteristiche che lo rendono appunto “insopportabile”. Premetto che in teoria i miei post non rientrano in quelli, o almeno non hanno quelle caratteristiche. Era un po’ una sfida per vedere se qualcuno avrebbe magari risposto dicendo che i miei post appunto non erano di quel tipo. A distanza di sei ore, dei miei due post “soliti” di oggi (due invece di tre perché temevo di disturbare) nessuno ha ricevuto alcun segno di presenza, quello invece che parlava dei post insopportabili ha ricevuto già quattro “like”….. Mai ricevuti quattro segni di apprezzamento in due anni su alcuno dei miei post. Che conclusioni dovrei trarre? È l’atmosfera pesante del mio pianeta che mi fa vedere le cose in modo sempre negativo o è semplicemente la riprova che anche Liosite è un fallimento? A me pare lapalissiano e di certo mi crea ulteriore imbarazzo. In questo momento mi pare improbabile che riuscirò a trovare la forza di postare qualcosa ancora. E allora? Allora mi resta solo di andare alla deriva. Andare avanti fino a che riuscirò ad aggiornare il sito, fingendo che non m’interessi se nessuno mai partecipa alla sua vita. Ma questo so bene che per me sarà quasi impossibile. Per poterlo fare devi sapere vivere bene con te stesso, perché in fondo la solitudine è anche una bella cosa se stai bene con te stesso. Ma un depresso con se stesso non ci sta bene per nulla, vorrebbe potere essere ovunque piuttosto che lì.
E così si continua ad avanzare nel buio e verso un buio ancora peggiore. E più il buio aumenta, più sembra popolato di mostri. E più si va avanti e meno riesci a reagire. Per quanto ancora?

La mia firma con la zampa d'orso!

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