De brevitate vitae ossia VIVI ADESSO!

De brevitate vitae ossia VIVI ADESSO!

Passano i giorni, le settimane, i mesi… e alla fine sono passati anche gli anni.
E allora ti accorgi che stai buttando il tuo tempo, non stai vivendo ma sopravvivendo. E non è una bella scoperta. Se prima di prenderne coscienza ti sentivi un mezzo zombie, dopo diventa molto peggio.
Non ho mai capito da dove nascano queste elucubrazioni: masturbazioni cerebrali come le chiamo io!
Ricordo l’amico che mi attaccò l’abitudine a questa definizione, “masturbazioni cerebrali” Gianfranco, una persona intelligente e con una vena sottile di superiorità. Anche lui, come altri amici, non c’è più, quasi a ricordare che le cose finiscono presto e dovremmo viverle fino in fondo invece che lasciare che passino.
Mi sono sempre chiesta perché dentro di me è sempre esistito questo dualismo: da una parte sono perfettamente conscia di quale sia la cosa giusta per me e per avere una vita migliore, dall’altra c’è “qualcosa” che mi tira sempre a fondo e mi impedisce di prendere la vita così come è, godendone i momenti buoni e accettandone senza colpevolizzarsi i momenti meno positivi.
Già, perché la cosa più assurda che applico a me stessa è questa – quasi fosse una regola fissa – : se qualcosa va male è sicuramente colpa mia, mentre al contrario, se le cose vanno bene è stato il caso, un colpo di fortuna o merito degli altri.
Sembra quasi che il mio “io” interiore abbia deciso che debbo punirmi per qualcosa di tremendo che ho fatto. Ma purtroppo io non so cosa avrei fatto di tanto cattivo per meritarmi una vita di auto-flagellazione. E questo proprio non aiuta…
Questa vena di depressione che mi ha rovinato la vita  credo sia sempre stata presente come lo era nella vita della mia mamma. Io ho reagito violentemente, ho fatto l’impossibile per non farmi imprigionare. Vedevo la mamma, capivo (anche se solo in parte) che la sua vita era difficile e triste. Solo da donna ormai fatta credo di avere valutato appieno le sue condizioni, ma non era rimasto più tempo per fare qualcosa.
Quando sono arrivata qui la solitudine totale della nuova vita, senza amici, senza possibilità anche solo di scambiare due parole con qualcuno della mia età, senza mai potersi sfogare, ha fatto esplodere la “bestia” che avevo dentro.
Ero qui, sola con due figli, sentivo la responsabilità della mia scelta, ero in lotta continua con me stessa per cercare di convincermi che avevo fatto la cosa giusta, che non avevo sbagliato.
Ma ho perso miseramente. Man mano passavano i mesi, e poi gli anni, vedevo tutto sempre più nero e nessuno controbatteva alla mia voce interna di distruzione. Qui non c’erano altre voci oltre la mia, ero sola e cercavo di mantenermi a galla.
Meglio non stare a dire quanto male posso avere fatto ai miei figli in quegli (e questi…) anni. Io lottavo contro me stessa, contro la depressione, contro tutto quello che mi tirava a fondo, ma contemporaneamente i miei figli vedevano questa lotta e avevano vicino una madre perdente, depressa, che si odiava per quello che era.
Posso solo immaginare quanto male ho fatto loro……. Di certo la voglia di scapparmi lontano penso sia nata allora e non posso non capirla. Alle volte cerco una giustificazione, ma non credo ne esistano. Il fatto di avere sempre agito nella convinzione di fare il loro bene non può essere una scusa. Debbo accettare le mie responsabilità e conviverci.
L’essere sola qui ha solo potuto rendere le cose più difficili. Nessuno mi ha mai ridimensionato facendomi capire – come in Italia Patri faceva sempre – che la medaglia per essermi assunta tutte le colpe del mondo non me la avrebbero comunque data 🙂
E così le cose sono andate avanti. Solo 3 o 4 anni fa una “net-amica” capì che stavo affondando e mi fece avere un aiuto farmacologico. E da allora le cose sono andate un pochino meglio. Gli antidepressivi tengono un poco a bada la mia “bestia”, non del tutto certo, ma essendo ormai lontani i ragazzi, so di non fargli del male e quindi il fare del male solo a sé stessi rende tutto più accettabile.
Perché mai scrivo queste cose? Non lo so, forse è solo il mio modo di parlare con qualcuno che non c’è, è comunque sfogarsi, e sembra di stare meglio dopo!
Ma è talmente faticoso farlo, è faticoso scrivere, pensare, ammettere le cose. Ecco perché scrivo una volta al mese o anche meno sul mio blog. Forse inconsciamente non voglio ammettere di parlare al vuoto. Visto che lo faccio ogni giorno, visto che parlo con me stessa di continuo: una la voce reale che parla e l’altra la voce della mente che risponde!! Non credo sia una ammissione di pazzia, penso sia solo un elogio al cervello che si difende così dalla solitudine, che si è creato un amico immaginario con cui parlare e sfogarsi.
E così si ritorna all’inizio, al tempo che passa senza essere vissuto, nella consapevolezza che il tempo non torna indietro e che diminuisce sempre più.
Ma anche sapendolo è una battaglia persa, almeno fino a quando non riuscissi ad imparare ad accettarmi per quello che sono e a volermi un poco di bene……
Però, sono veramente molto saggia!!! 😉
E in questa citazione mi ritrovo ed invito tutti a fuggirne:

Che giovano a quell’uomo ottant’anni passati senza far niente? Costui non è vissuto, ma si è attardato nella vita; né è morto tardi, ma ha impiegato molto tempo per morire. (Seneca)

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