Da tatona a tata

Da tatona a tata

O forse dovrei scrivere a Orsetta Tata.
O forse sarebbe meglio non scrivere del tutto.

Ogni giorno cerco nel Web segni del mio passato, come briciole da seguire per non perdere completamente me stessa.
Sono ricerche delle tracce che ognuno di noi lascia se frequenta la rete o, spesso, anche solo se ha una vita. Io cerco questi segni, digito i nomi che hanno fatto parte della mia vita passata, cerco di trovare ogni cosa mi faccia ricordare che un tempo anch’io avevo degli amici, o anche solo delle conoscenze.
Poi ci sono quei giorni in cui, come ogni singolo e dannato giorno della mia vita, io arrivo qua al PC, accendo tutto l’ambaradan, e corro a cercare una citazione da postare su FB e sugli altri social media per fare crescere Liosite. E apro la pagina Liosite su Facebook con la stessa attesa di un bambino che entra in sala la mattina di Natale e cerca i regali sotto l’albero.
Magari un nuovo “Like”, forse qualcuno ha condiviso una mia citazione o chissà, aprendo la posta, potrei trovare l’avviso di un post sul blog o di una piccola interazione tra qualcuno e il mio sito.
Ma non succede quasi mai ed io ne conosco la ragione, l’ho sempre saputo.
Una ricerca che faccio spesso porta il nome “Orsetta”, un nome importante per me, un nome che racchiude mille sensazioni, infiniti ricordi e di certo i momenti più belli della mia vita.
Non mi ha dato mai grandi risultati questa ricerca, una presenza in un forum, una citazione qua e là, nulla di che. Ma la seguo come un filo che si dipana all’interno di un labirinto, un filo di cui io non posso perdere traccia perché senza quel filo perderei me stessa.
E questa mattina ho fatto “tana”….! Il mio cuore mi dice che è così.
Sono sicura di avere ritrovato la “mia” Orsetta.
E questo mi ha reso ancora più sola: ammesso che l’abbia trovata, ho solo ottenuto di avere “vicino” una cosa intoccabile, lontanissima. Un po’ come si deve sentire qualcuno che sta annegando, che sogna una boccata d’aria e guarda verso l’alto mentre un peso lo trascina giù.
Brutta sensazione, ma è un qualcosa che conosco bene. È quella stessa cosa che mi continua a svegliare la notte, che mi fa tirare in piedi faticosamente (in effetti sarebbe un saltare in aria, ma il mio “fisico” non me lo permette e mi fa soffocare un po’ più a lungo).
È angoscia, paura, panico, o non so cosa. Ma di certo è una sensazione orribile, che ti blocca la gola, che ti fa sperare che finisca subito e non importa in che modo. Io la chiamo attacco di solitudine, un nome come un altro per indicare comunque un cuore che salta i battiti, un respiro che non arriva e … il nero. Il nero dentro e fuori.
Quando mi prende, mi resta attaccato addosso e non se ne va, diventa difficile dividersi in due: quella che sono e che vive nel buio, e quella che fingo di essere per rispetto a chi mi è vicino.
Ecco, questa mattina mi tengo stretto il mio straccio fatto di lenzuola vecchie tagliate, perfetti per pulire vetri e specchi, ma soprattutto perfetti compagni delle mie lacrime, da sempre piazzati qui sotto i monitor e sempre pronti all’uso …. :’)
Ho dovuto scrivere queste righe, in altri tempi la soluzione migliore sarebbe stata uscire da casa, camminare, o prendere la macchina e andare in giro senza meta, perdendomi nelle immagini che gli occhi avrebbero trasmesso al cervello. È un buon metodo per tenere i veri pensieri a bada: ormai il mio cervello non è multi tasking e quindi se le informazioni che gli arrivano sono tante e diventano prioritarie (e guardare dove vai lo è) allora smette di pensare al resto.
E Orsetta ritorna nell’angolino dentro di me dove deve restare, dove riceve solo bei pensieri, dove è coccolata dall’amicizia pulita e soprattutto dove nessuno schizzo della mia vera vita la può raggiungere.
Ciao Orsetta, tua Tatona.
La mia firma con la zampa d'orso!

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