Valerio Magrelli
Ci conosciamo da anni […]

Valerio Magrelli Ci conosciamo da anni […]

Quattro elefanti appesi sulla culla
rosso, blu, giallo e nero
ma quello in fondo – Nulla,
è d’ombra, non è vero

Ci conosciamo da anni, ma oggi è un giorno speciale.
Infatti il mio amico poeta non sa ancora che aspetto un bambino, il mio primo bambino.
(Perché non si dice mai che anche gli uomini “aspettano”? Certo, la sofferenza, la deformazione, la nausea – insomma le torture della gravidanza, gli sono risparmiate, e tuttavia anche loro “aspettano”, aspettano in una specie di limbo, sospesi, estranei ma partecipi, o quantomeno correi).
Allora, dopo i saluti, l’Annunciazione.
Lui sorride, di quel bel sorriso chiaro e rassicurante che hanno alcuni credenti (perché lui crede, mentre io vorrei non credere; mi limito a bestemmiare, ma anche quella è una forma di rosario).
Sorride, dico, e si alza per abbracciarmi.
Io, trepidante, gli chiedo: «Ma com’è? com’è, avere un figlio?»
E lui, sempre sorridente, si avvicina alla scrivania.
Mi fissa un istante, sereno, poi, con un braccio teso, deciso e repentino spazza via tutti quanti gli oggetti che vi sono posati.
Cadono fogli, ritratti fotografici, fermacarte e matite, tagliacarte e matite, un vaso da fiori, la brocca e il suo bicchiere, in una improvvisa, inconsulta esplosione d’acqua e di vetri.
Adesso Marco trema e si fa pallido:
«Così», dice:
«È così.
Non resta niente.
Niente di prima, intendo.
Tutto cambia.
È un disastro, il più splendido disastro che ti possa accadere».

 

Valerio Magrelli – Essere padri in ventuno strofe

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