Citazioni

Tiziano Terzani
Fare una vita, una vita. Una vera vita […]

TIZIANO: Se vuoi chiedermi che cos’è che un padre, questo padre in particolare, voleva per te o per la Saskia, credo che oggi posso rispondere sinceramente che non avevo per voi dei piani precisi. Non è che avendo io un ufficio di avvocato sognavo che studiaste legge e diventaste avvocati, o che avendo io fatto una carriera di medico tiravo su un medico a cui passare il mio studio. Tu avrai avuto l’impressione che certe volte ti volevo spingere verso il giornalismo, ma non era affatto così. Uno non nasce per fare il giornalista come non nasce per fare l’ingegnere o il tramviere. Queste sono tutte cose che uno fa per poter vivere più o meno piacevolmente. lo, sempre piacevolmente. Se allora mi devo chiedere che cosa per te io ho sognato, te lo dico semplicemente: volevo che tu fossi un uomo libero. Proprio a questo ci tenevo tanto e avevo quella strana formula, un po’ grulla anche, un po’, come dire, maschilista, che siccome tu eri l’uomo, mio figlio, sentivo che potevi essere un uomo libero, ma che non saresti mai stato felice perché la libertà e la felicità non vanno di pari passo. Per la Saskia invece, che mi assomiglia molto di più per tanti versi, precisa com’è e attenta ai suoi doveri, mi auguravo che fosse felice, sapendo che non sarebbe mai stata libera. Perché una donna si sposa, fa figli e non è libera come lo sono stato io e come poi sei riuscito a esserlo tu. Questa era l’unica formula con cui pensavo a voi. E tutto quello che vi ho permesso di studiare e che ho pagato salatamente devo dire, e in alcuni casi anche inutilmente, non era per darvi un mestiere, era per darvi una cultura. Quello che mi sconcertò, e che è un po’ il segno della perversione dei nostri tempi, fu che alla cerimonia di laurea della Saskia, dopo i riti nella cappella del suo collegio a Cambridge, su quel bellissimo prato nel solito pomeriggio assolato, non uno dei suoi compagni volesse fare il maestro, insegnare letteratura o storia, non uno volesse andare, che so io, a insegnare l’inglese a Timbuctu. Volevano tutti andare a lavorare nella finanza. Rimasi di stucco. O Folco, pensa che io avevo studiato trent’anni prima e che nessuno della mia generazione era finito in banca. Alcuni di noi furono costretti ad andare all’Olivetti perché non s’aveva quattrini, ma l’idea di studiare delle grandi cose in queste belle università piene di storia per andare poi a gestire dei soldi con un computer mi pareva sacrilego. Io pensavo che per fare una bella vita non occorreva andare in un ufficio la mattina, accendere un computer e seguire un blob che si sposta e che è una nave carica di mercurio che sta andando verso la Corea del Nord, ma viene dirottata perché l’abbiamo già venduta strada facendo al Burkina Faso per il doppio dei soldi. Che vita è quella, che vita è?! Così ti spieghi anche tante frustrazioni nei giovani, perché i più intelligenti oggi fanno proprio questo.
FOLCO: Fanno soldi?
TIZIANO: Fanno soldi in questo modo. Sai, se uno fa soldi scoprendo una miniera, scoprendo la miniera di re Salomone dopo anni di studi sulle carte, o se riesce a localizzare un galeone affondato e si tuffa venti volte per trovarlo, voglio dire, che faccia i soldi! È anche bello, ha qualcosa di avventuroso. Ma farli sotto la luce al neon di una società finanziaria?
FOLCO: Mi ricordo che quando si laureò il nostro amico Giacomo, che era bravissimo ad andare in apnea, gli suggeristi di andare nei mari alla ricerca di vecchi galeoni spagnoli.
TIZIANO: E a quell’altro, la cui madre voleva che facesse l’avvocato a Milano, gli dissi « Quello lo possono fare tutti. Studia l’arabo!» Perché sentivo che c’era qualcosa di nuovo che si muoveva in quel mondo e che valeva la pena studiare. L’avrei fatto io, fossi stato più giovane. Devi ammettere, Folco, che sono stato di nuovo profetico. A quel tempo, chi parlava dei musulmani? Lui c’è poi andato a studiarlo, al Cairo, e oggi è diplomatico. Vedi di nuovo, uno piglia, fa un passo e da quello va avanti. Si tratta di fare i passi giusti nella direzione giusta, perché un passo porta a un altro e questo porta a un altro più grosso. Allora, cominciare bene ti aiuta. Io ci tenevo a esporvi alla diversità. Infatti, non so se ricordi il regalo che ti ho fatto quando ti sei laureato. Ti ho portato per una settimana ad Angkor a vedere quei templi nascosti nella giungla perché volevo che ti entrasse dentro una misura della grandezza umana. Ti feci da guida e affittammo una scorta di soldati del nuovo regime cambogiano perché ci proteggessero dai banditi e dalle mine che ancora infestavano la zona. Tu facesti due begli acquerelli dei buddha fra le liane. Quando poi quella sera tornammo in albergo ricordo che si parlava dei giovani di oggi che son tutti inchiappettati, non sanno cosa fare, non trovano lavoro, e io ti dissi « Ma scusa, uno come te che sa dipingere, se vuole prendersi un po’ di tempo per staccarsi dal mondo si mette ad Angkor Wat, impara ad acquerellare bene, dipinge i templi e vende i suoi acquerelli ai turisti di Hong Kong. Ha trovato un lavoro ». Te lo devi in-ven-ta-re! Se invece vai per tre giorni con un viaggio prenotato e la guida turistica, oggi vedi Kompongtom, domani il tempio degli Apsara e dopodomani Angkor Wat, fai delle foto, un video, poi pigli e riparti, torni dove eri prima e ti rimane poco o nulla. C’è un mondo lì fuori, aperto a chi lo vuole scoprire. Si tratta solo di non andarci con le Vacanze Grande Viaggio. In Cambogia ti ho anche portato a incontrare i Medici senza Frontiere, giovani come te che non andavano in un ufficio a spostar soldi ma partivano con i loro bisturi a fare un’ esperienza che sarebbe certamente servita anche a loro. Pensa, diventare chirurgo di guerra rischiando la pelle per aiutare gli altri nelle zone di frontiera! Questo era l’ideale di una gioventù per me. Non che io ti volessi far diventare un Medico senza Frontiere, volevo semplicemente farti vedere che c’era anche questa possibilità. Se tanti giovani si sentono disperati è perché non guardano. C’è così tanto da fare! E tanti fanno anche, c’è tanto volontariato a giro per il mondo. Uno non può rinunciare agli ideali.
FOLCO: Spesso uno fa delle scelte perché non sa che ci sono alternative. Servono dei modelli a cui ispirarsi. Per me forse l’ispirazione più grande è stata lavorare per Madre Teresa con i morenti a Calcutta.
TIZIANO: Lei era un eroe che faceva miracoli. Toglieva tanti giovani occidentali dalla banalità delle loro routine e li coinvolgeva per un certo periodo in un’ operazione che cambiava loro la vita. Questo era il miracolo. Ti ricordi, tanti viaggiatori arrivavano in India, facevano il Rajastan, sai, nelle tende, coi cammelli … e poi, un po’ per curiosità un po’ per sentito dire, finivano a Calcutta. «Tutti dicono che è una santa. Be’, una santa la voglio conoscere anch’io!» Quella li guardava e diceva «Tu, cosa puoi contribuire?» Questi si sentivano messi contro il muro e cominciavano a far qualcosa di utile. Ai giovani che mi chiedono «Ma io, che faccio?» rispondo « Guarda! Il mondo è pieno di cose da esplorare ». Il mondo che mi sono trovato davanti io in Vietnam, in Cambogia, in Cina non c’è più. Ma c’è un altro mondo lì, aperto per chi lo vuole scoprire. Chiedi al tuo amico antropologo che va nelle isole del Papua New Guinea, Folco, e te ne racconta mille. O tu pensa all’Africa, ma chi la conosce? C’era un giovane medico l’altra settimana che cercava di farmi dei buchi nello stomaco. Diceva che aveva fatto il concorso per un posto di assistente in un ospedale alle Cinque Terre e che se gli andava bene forse il professore lo prendeva. Mi è venuta una tristezza a vederlo! Un giovane così, ma perché non piglia la sua valigetta e va a riparare le gambe rotte per due o tre anni in Congo? E impara, impara! Non solo impara una tecnica, ma la vita lì diventa un’ altra cosa.
FOLCO: Bisogna sempre andare così lontani? Esistono anche le esperienze dietro l’angolo, no? Dipende un po’ dall’ atteggiamento che uno ha.
TIZIANO: Va be’, ma questo atteggiamento cambia proprio dinanzi alle situazioni. Se vai a lavorare in un ospedale nel Congo, lo sai con quante esperienze potresti tornare? Ci vuol coraggio, ci vuole determinazione, ci vuole fantasia, ma le possibilità ci sono. Non è che tutte le porte sono chiuse, che il mondo è già tutto sprangato e i posti sono già presi dagli altri. Ma per nulla! Io trovo che la cosa più bella che un giovane possa fare è di inventarsi un lavoro che corrisponde ai suoi talenti, alle sue aspirazioni, alla sua gioia, e senza quella arrendevolezza che sembra così necessaria per sopravvivere. «Ah, ma io non posso perché … » Tutti possono. Ma capisci quello che dico? Bisogna inventarselo! Ed è possibile, possibile, possibile. In qualche modo io ho avuto fortuna perché ho fatto un po’ così. Il mestiere che ho fatto non era proprio quello del giornalista, me lo sono inventato. Ma ti immagini un italiano che parla il tedesco – insomma« maccheronicamente» – che diventa corrispondente di un giornale tedesco in Asia, che fa che cacchio gli pare, va dove gli pare, scrive come gli pare, che diventa fotografo perché non vuole viaggiare con i fotografi? Non esisteva mica questo lavoro. Poi, fare il giornalista era per me una sorta di copertura, come uno che fa il mercante per fare la spia. Perché in verità, sÌ, lo facevo con passione ma non era la mia ossessione. La mia ossessione era vivere, vivere a modo mio, vivere come mi piaceva, vivere con queste grandi piccole gioie.
FOLCO: Bisogna uscire fuori dalla norma.
TIZIANO: Sempre fuori dalla norma! Sai, questo è il tema del Vecchio e di Krishnamurti e di tanti «La verità è una terra senza sentieri ». Cammini, trovi. Non c’è chi ti dice «Guarda, il sentiero per la verità è quello ». Non sarebbe la verità. Se rimani nel conosciuto non scoprirai niente di nuovo. Come fai? Viaggi sui binari del conosciuto e rimani nel conosciuto. E così è quando cerchi. Se sai cosa cerchi non troverai mai quello che non cerchi … e che magari è giusto la cosa che conta, no? Per cui è uno strano processo che richiede una grande determinazione, perché implica rinuncia, assenza di certezze. E comodo adagiarsi sul conosciuto, no? Alle otto c’è il treno, alle nove apre la banca, comportati bene, non rubare i soldi, e avanti. Ma se tu esci dal conosciuto e cerchi strade che non sono state completamente battute o, come dico, se te le inventi, hai la possibilità di scoprire qualcosa di straordinario.
FOLCO: Nelle nostre società abbiamo scelto di fare una vita di garanzie e di comfort. Le grandi preoccupazioni che ci impediscono di uscire dalle nostre quattro mura sono quella dei soldi e quella delle malattie. I sadhu con cui ho passato gran parte degli ultimi anni, invece, ti fanno vedere che è possibilissimo vivere senza niente, con quel loro modo, divertente e simbolico, di girare per il paese nudi bruchi a dimostrare che non hanno bisogno nemmeno dei vestiti.
TIZIANO: A volte bisogna rischiare, fare altre cose. Occorre rinunciare ad alcune garanzie perché sono anche delle condizioni.
FOLCO: Le garanzie sono delle condizioni?
TIZIANO: Ogni garanzia è una condizione, no? Se tu vuoi avere la pensione, devi lavorare tutta la vita per avere la pensione. Se tu vuoi avere l’assicurazione malattia, la devi pagare. Ma pagare l’assicurazione malattia vuoi dire ogni mese mettere da parte trecento euro. Non sei libero, perché una garanzia è una condizione, è una limitazione. Ma secondo me c’è in tutte le cose sempre una via di mezzo. Non occorre né rinunciare a tutto, né volere tutto. Basta avere chiaro cosa stai facendo, quali sono i compromessi. C’è una trappola e tu sei il topo. Attento, la trappola è pronta per te. La tua trappola è quella casa, l’appartamento come quello che descrivevi, Folco, quando sei tornato da Pontassieve. Eri stato invitato da una coppia carinissima, ma sei entrato in casa e c’era da scappare. Un posto squallido, una cucina di quelle comprate in batteria, la vedi nei centri commerciali e sembra chissà che, la porti a casa ed è un troiaio. Non c’è personalità, tutte uguali. Hai la scelta tra il rosso e il verde. Vuoi mettere, andare da un rigattiere e scoprire un vecchio tavolo su cui hanno mangiato famiglie? È possibile!
FOLCO: E come fa il topo a resistere alla trappola?
TIZIANO: Col gandhismo, il digiuno, la rinuncia ai troppi desideri.
FOLCO: È questa la tua conclusione?
Il Babbo ci pensa.
TIZIANO: È come se con queste nostre chiacchierate io avessi voluto lasciare a te una sorta di viatico. In qualche modo c’è, nel fondo, il desiderio, che è un desiderio umanissimo, di una relativa immortalità, di una continuazione attraverso qualcuno che fa la tua stessa strada o rappresenta i valori in cui hai creduto. E se hai capito qualcosa, la vuoi lasciare il, in un pacchetto. Questo pacchetto è la storia che ti ho raccontato. E una delle cose a cui tengo moltissimo è che tu capisca che quello che ho fatto io non è unico. lo non sono un’ eccezione. lo questa vita me la sono inventata, e mica cento anni fa, ieri l’altro. Ognuno la può fare, ci vuole solo coraggio, determinazione, e un senso di sé che non sia quello piccino della carriera e dei soldi; che sia il senso che sei parte di questa cosa meravigliosa che è tutta qui attorno a noi. Vorrei che il mio messaggio fosse un inno alla diversità, alla possibilità di essere quello che vuoi. Allora, capito? È fattibile, fattibile per tutti.
FOLCO: Cosa è fattibile?
TIZIANOFare una vita, una vita. Una vera vita, una vita in cui sei tu. Una vita in cui ti riconosci.

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