Citazioni

Oriana Fallaci
Zi, zi, zi! Vive, vive, vive! […]

Un ruggito di dolore e di rabbia si alzava sulla città, e rintronava incessante, ossessivo, spazzando qualsiasi altro suono, scandendo la grande menzogna.
Zi, zi, zi! Vive, vive, vive! Un ruggito che non aveva nulla di umano.
Infatti non si alzava da esseri umani, creature con due braccia e due gambe e un pensiero proprio, si alzava da una bestia mostruosa e senza pensiero, la folla, la piovra che a mezzogiorno, incrostata di pugni chiusi, di volti distorti, di bocche contratte, aveva invaso la piazza della cattedrale ortodossa poi allungato i tentacoli nelle strade adiacenti intasandole, sommergendole con l’implacabilità della lava che nel suo straripare divora ogni ostacolo, assordandole con il suo zi, zi, zi.
Vive, vive, vive! […]
Come l’acqua di una cannella che goccia monotona, sempre uguale a se stessa, martellando rintocchi ossessivi nel silenzio della notte vuota, sicché a forza di udirla ti senti impazzire e invochi un rumore diverso, uno schianto magari, uno sparo che uccida, tutto fuorché quell’atroce uniformità, quel buio, così trascorsero gli anni dopo la sera in cui Zakarakis ti disse che tuo padre era morto e le guardie ti impedirono di strangolarlo.
[…]
Quel filo di voce.
La rassegnazione che inzuppava quel filo di voce.
perché questo accadde mercoledì 28 aprile: il dissolversi della tua resistenza, lo sfasciarsi della tua indistruttibilità, il sopraggiungere della rassegnazione.
Non durò molto lo sforzo finale.
A un certo punto la stanchezza di vivere torna, anima e corpo s’allentano nella rassegnazione che guarda all’indietro: guizzi involontari gli slanci, gli urli, le super domande che non rivolgerai.
Lo dice anche la poesia che scrivesti quella notte rientrando a via Kolokotroni.
Pensieri di un uomo che dall’esilio rimpiange il passato, il passato essendo l’unico appiglio al quale aggrapparsi per risalire ai tempi in cui la solitudine era una cella senza spazio e senza luce, un desiderio pazzo di parlare a qualcuno, per il futuro era una speranza.
Eccola, su quattro foglietti del tuo block notes.
Che calligrafia convulsa, alterata.
Di verso in verso diventa più convulsa, più alterata, quasi che tenere la penna in mano ti costasse una fatica terribile.

Come andavano girando nel passato
i poeti
e come declamavano le loro verità
verità vestite di belle parole
dai racconti battezzate
così andavo girando anch’io
in luoghi sconosciuti
ma belli al pari dei nostri
e volevo credere che
non voltavo le spalle al mondo

Non viaggio io
parlo a me stesso
pei boschi i monti le valli
non viaggio io
sono le campagne che corrono
e il mio ricordo legato agli amici
che in qualche posto
stavano aspettando
di vedermi sbucare all’improvviso
ai giorni lontani in cui
con la sola forza dei sogni
costruivamo speranze
e il dolore
ci accompagnava ovunque sempre

Alberi montagne vallate viaggiano
ed io
legato a loro che soffrivano perché soffrivo
che piangevano perché piangevo
che invocavan sbarre perché ero dietro le sbarre
Solo

Sono trascorsi anni e io
senza dimenticare il dolore
ma senza diventare
ingiusto a rievocarlo
per le stesse strade vo camminando
strade che soltanto
chi ha sofferto conosce
e la mia cella anelo con nostalgia
se penso che in quei giorni davo qualcosa
che tutti capivano

E quando penso a quello che so
che accade ora
ora più di allora
senza che gli altri riescano a capirlo
neanche a intuirlo
dico:
la mia fine verrà nel modo in cui vogliono coloro che hanno il potere.

L’avrei trovata quarantott’ore dopo sotto il tuo guanciale, insieme a un quinto foglio su cui avevi trascritto le parole che Socrate dice prima di darsi la morte.
“E giunta l’ora di andare. Ciascuno di noi va per la propria strada: io a morire, voi a vivere. Che cosa sia meglio Iddio solo lo sa..” […]
Non più gregge, quel giorno, ma piovra che strozza e ruggisce zi, zi, zi! Alekos zi, zi, zi! Alekos vive, vive, vive! Ecco perché sorridevi tanto misteriosamente ora che calavi dentro la fossa dove il Gran Sacerdote coperto di ori e collane, zaffiri smeraldi rubini, simbolo d’ogni potere presente e passato e futuro, ruzzolava grottesco, rompendo il cristallo, calpestando la statua di marmo, credendo che soltanto quella restasse di un sogno, di un uomo.

Musica Evanescence – My Immortal – Fotografia Francis Ford Coppola – Michael W. Smith Healing Rain – A cura di nuoviautori.org — montaggio e realizzazione Minet

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