Marina Cvetaeva a
Rainer Maria Rilke

Marina Cvetaeva a Rainer Maria Rilke

Rainer, ho ricevuto la tua lettera il giorno del mio onomastico: il 30 luglio, perché una santa ce l’ho anch’io, benché mi senta la primogenita del mio nome, e senta te come primogenito del tuo.
Il santo chiamato Rainer aveva certamente un nome diverso.
Tu sei Rainer.
Dunque, il giorno del mio onomastico, il regalo più bello – la tua lettera!
Del tutto inattesa, come ogni volta: non mi abituerò mai a te (né a me!), e neanche allo stupore, e neanche al mio pensare a te.
Tu sei ciò che sognerò stanotte, che stanotte sognerà me.
(Sognare o essere sognata?)
Io sconosciuta in un sogno estraneo.
Non aspetto mai, ti riconosco sempre.
Il giorno in cui qualcuno ci sognerà insieme – allora ci incontreremo.
Rainer, voglio venire da te anche per il mio nuovo io, quello – quella – che può nascere soltanto con te, soltanto in te.
E allora Rainer, non arrabbiarti con me, sono io, io che voglio dormire con te – addormentarmi e dormire.
Splendida espressione popolare – quanto profonda, quanto autentica, quanto priva di ambiguità,
esattamente come ciò che esprime.
Semplicemente dormire, e null’altro.
No, ancora: la testa sprofondata nell’incavo della tua spalla sinistra, il braccio intorno a quella destra, e null’altro.
No, ancora: e fin dentro il sonno più profondo sapere che sei tu.
E ancora: il suono del tuo cuore.
E – baciare quel cuore.
La bocca l’ho sempre sentita come mondo: volta celeste, Il corpo l’ho sempre tradotto in anima,
l’ho reso magnifico a tal punto che all’improvviso non ne è rimasto nulla.
Perché ti dico tutto questo?
Per paura, forse – che tu mi ritenga comunemente passionale.
“Ti amo e voglio dormire con te” – all’amicizia non è data tanta concisione.
Ma è con un’altra voce che io lo dico, quasi nel sonno profondo.
Il mio suono è diverso da quello della passione.
Tutto ciò che mai dorme desidera saziarsi di sonno fra le tue braccia.
Fin dentro l’anima (gola) sarebbe il bacio. (non incendio: voragine).
Rainer, si fa sera, ti amo.
Ulula un treno. I treni sono i lupi, i lupi la Russia.
Non un treno – la Russia intera sta ululando verso di te.
Rainer, non arrabbiarti, oppure arrabbiati quanto vuoi: stanotte dormirò con te.
Uno squarcio nel buio – ci sono le stelle – concludo: finestra.
(Alla finestra penso, non al letto, quando penso a te e a me.)
Gli occhi spalancati, perché fuori è ancora più buio che dentro.
Il letto è un vascello, ci mettiamo in viaggio.
Non occorre che tu risponda.
M.

St-Gilles-sur-Vie – 2 agosto 1926

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