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Erma Bombek
Papà sotto il letto […]

Quando ero piccola, un padre era per me come la luce del frigorifero.
Ogni casa ne aveva uno, ma nessuno sapeva realmente cosa facevano sia l’uno che l’altro, dopo che la porta era stata chiusa.
Mio padre usciva di casa ogni mattina e ogni sera quando tornava sembrava lieto di rivederci .
Lui solo era capace di aprire il vasetto dei sottaceti, quando gli altri non riuscivano.
Era l’unico che non aveva paura di andare in cantina da solo.
Si tagliava, facendosi la barba, ma nessuno gli dava il bacino o si impressionava per questo.
Quando pioveva era lui che , ovviamente, andava a prendere la macchina e la portava all’ingresso.
Se qualcuno era ammalato, lui usciva a comprare le medicine.
Metteva le trappole per i topi.
Quando mi regalarono la prima bicicletta, pedalò per chilometri accanto a me, finché non fui in grado di cavarmela da sola.
Avevo paura di tutti gli altri padri, ma non del mio.
Una volta gli preparai il tè, era solo acqua zuccherata, ma lui era seduto su una seggiolina e lo sorbiva dicendo che era squisito.
Ogni volta che giocavo con le bambole: la bambola mamma, aveva un sacco di cose da fare.
Non sapevo, invece, cosa far fare alla bambola papà, così gli facevo dire “Bene, adesso esco e vado a lavorare ” poi la buttavo sotto il letto.
Quando avevo nove anni, un mattino mio padre non si alzò per andare a lavorare.
Andò all’ospedale e morì il giorno dopo.
Allora andai in camera mia e cercai la bambola papà sotto il letto, la trovai, la spolverai e la posi sul letto.
Mio padre non fece mai nulla.
Non immaginavo che la sua scomparsa mi avrebbe fatto tanto male.
Ancora oggi non so perché.

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