Diego Cugia
Le porte della percezione […]

Diego Cugia Le porte della percezione […]

188 giorni all’esecuzione
Mi è arrivato un fax di Francesco, da Palermo.
Ha ventisei anni e mi chiede qual è secondo me la differenza tra le nostre generazioni: quella dei ventenni come lui e quella dei quarantenni come me, che sono del ’57.
Senti, fratello, ti risponderò parlandoti dei Doors che stanno bene sia alla mia generazione che alla tua. I Doors presero il nome dal poeta William Blake The doors of perception, le porte della percezione.
Eravamo colti, allora. Non per questo meno rincoglioniti di voi.
Credevamo che per aprire le porte della percezione fosse necessario il piede di porco della droga.
Ma il tempo è stato più ladro.
La droga le porte te le sbatte in taccia.
Dopo.
Bel casino hanno combinato i Doors, i Grateful Dead, gli Iron Butterfly, i Jefferson Airplane, e tutti i figli dei fiori promotori dell’espansione della conoscenza.
Quale differenza tra la mia generazione e la tua? A parte il comune denominatore della droga, questa: noi credevamo, Francesco.
Credevamo alla vita come arte.
I nostri riferimenti erano Rimbaud e Baudelaire, erano Kerouac e Hermann Hesse, che voi non sapete più chi sono.
Bene?
Male?
Non so, difficile dirlo.
Una cosa è certa, senza maestri avete lasciato il campo libero alla sola cultura del narcotraffico.
Sei bravo se balli tre giorni di seguito, fatto come una scimmia, nel più schifosamente tedesco dei rave–party.
Prego ammirare la “love parade” di Berlino: un milione di anime ballanti al ritmo impartito da tecno–stronzi.
Domandati, Francesco, a chi serve questo “pollaio–dance”?
Chi ci guadagna se i soldatini del ballo–sballo vanno a morire il sabato sera, magari con la macchina di papà?
Noi siamo morti per molti libri e molti rock.
Voi per niente.
Per arricchire gli spacciatori.
Se fossi in te, Francesco, sarei incazzato come una iena.
Non uscire sabato prossimo, resta a casa e leggi un libro.
Ricomincia da dove noi abbiamo finito.
È facile.
C’è una siringa come segnalibro.

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