Diego Cugia
Da ragazzino a Roma […]

Diego Cugia Da ragazzino a Roma […]

Diego-Cugia-VaffanculoDa ragazzino a Roma frequentavo un liceo del centro.
Cose da pazzi.
Uno di Centocelle seduto al banco di una scuola di via Giulia.
Pieno centro di Roma.
Pieno di cultura.
Pieno di stronzi.
Dovevo prendere tre autobus per arrivare.
Tre autobus per cinque anni fanno seimila autobus e nessun amico.
Il terzo giorno di scuola il mio compagno di banco mi ha chiesto se il mio santo era Al Capone.
Diceva che mi vestivo come un emigrante siciliano a Detroit.
Avevo indosso i vestiti di mio padre.
Ogni giorno era come indossare la storia della mia famiglia.
Meridionali con il mito della capitale.
Si chiamava Bruno il mio compagno di banco.
Binano, io quei vestiti li ho cuciti sulla pelle.
Anche nudo sulla sedia elettrica avrò addosso la dignità di mio padre.
C’è una sola piccola macchia su quel vestito: il suo sogno di vedermi trasformato in un piccolo–borghese, un mitico bancario.
A te, Bruno, bastava che ti togliessero il loden verde per scoprire il vuoto di cui sei fatto.
I soldi di tuo padre, l’attico in centro, il motorino più figo della scuola non sono bastati a riempirti quel vuoto.
Ti mancava la dignità.
E non eri il solo.
C’era più razzismo in quella classe di liceo che in una intera manifestazione del Ku–Klux–Klan.
Le amicizie non nascevano per affinità ma per residenza anagrafica.
Quelli del centro storico erano i primi.
Poi tutti gli altri.
In fondo, per ultimo, Jack e i suoi seimila autobus di periferia.
Bruno, ascoltami.
Sto per morire.
È arrivato il momento di dirti qualcosa di importante.
A te e a tutti i figli di papà che giudicano le persone per il vestito, per la marca del motore o per il quartiere di residenza.
Non posso restituirvi il male che mi avete fatto.
Posso dirvi solo una parola.
Una parola vuota come il vuoto che avete dentro….
Vaffanculo.

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