Citazioni

David McCullough Jr.
Ragazzi, non siete speciali! […]

Siamo qui per la consegna dei diplomi – la grande cerimonia che apre una nuova prospettiva sulla vita.
[…]
Ma questa cerimonia – la consegna dei diplomi – funziona sempre.
A partire da questo giorno…veramente…
in salute e in malattia, nonostante le difficoltà finanziarie, la crisi della mezza età e l’incontro con dei venditori o delle venditrici discretamente attraenti alle fiere commerciali di Cincinnati, nonostante la crescente intolleranza per le rotture di scatole, e a onta di tutte le divergenze, inconciliabili o meno, resterete per sempre degli ex liceali, e non vi separerete dal vostro diploma fino alla morte.
No, la consegna dei diplomi è il grande ingresso ufficiale nella vita – con il relativo simbolismo, che è del tutto appropriato.
Pienamente appropriato, per esempio, per questo rito di passaggio, è il luogo in cui ci troviamo oggi pomeriggio, la sede.
Normalmente, evito come la peste i luoghi comuni, non li sfiorerei nemmeno con un bastone lungo tre metri, ma qui ci troviamo letteralmente su un terreno di gioco livellato.
E questo conta.
Dice qualcosa.
Come dice qualcosa il vostro costume cerimoniale…
informe, identico, a taglia unica.
Maschio o femmina, alto o basso, studioso o scansafatiche, dalla reginetta del ballo scolastico abbronzata con lo spray all’assassino intergalattico che fa stragi virtuali sulla Xbox, oggi ognuno di voi è vestito, l’avrete notato, esattamente nello stesso modo.
E il vostro diploma – tranne che per il nome – è esattamente lo stesso.
Ed è giusto che sia così, perché nessuno di voi è speciale.
Voi non siete speciali.
Voi non siete eccezionali.
Diversamente da quanto suggeriscono il trofeo che avete conquistato nel torneo di calcio U9 o la splendida pagella che avete ricevuto in settima, nonostante le rassicurazioni di quel corpulento dinosauro, di quel simpatico Mr.Rogers e dell’eccentrica zia Sylvia, indipendentemente dalla frequenza con cui la vostra eroica genitrice è venuta a tirarvi fuori dai guai…voi non siete speciali.
Sì, vi hanno viziati, coccolati, idolatrati, protetti e tenuti nella bambagia.
Sì, degli adulti capaci che avevano altre cose da fare vi hanno tenuti in braccio, baciati, imboccati, vi hanno asciugato la bocca, pulito il culetto, vi hanno addestrati, vi hanno fatto da maestri, vi hanno seguiti, vi hanno consigliati, vi hanno ascoltati, vi hanno incoraggiati, vi hanno consolati e sono tornati a incoraggiarvi.
Siete stati stimolati, allettati, blanditi e implorati.
Siete stati festeggiati, adulati e chiamati con i soprannomi più affettuosi.
Sì, lo siete stati.
E vi hanno seguiti nei vostri giochi, nelle vostre attività sportive, nelle vostre recite, nelle vostre fiere scientifiche.
È vero, si accendono i sorrisi quando entrate in una stanza, e centinaia di persone seguono entusiaste ogni vostro tweet.
Forse la vostra fotografia è già apparsa sul settimanale «Townsman»!
E adesso avete terminato il liceo…
E siamo tutti qui per festeggiare voi, l’orgoglio e la gioia di questa comunità, i primi a uscire da quel magnifico nuovo edificio.
Ma non fatevi l’idea di essere speciali.
Per il semplice fatto che non lo siete.
L’evidenza empirica è dappertutto, e sono numeri che non può ignorare nemmeno un professore d’inglese.
Newton, Natick, Nee…posso dire anche Needham, giusto?
Devono esserci 2000 maturati laggiù, e stiamo parlando solo di questa zona.
In oltre 37.000 scuole di tutto il paese, non meno di 3,2 milioni di ragazzi riceveranno il diploma in questi giorni.
Vuol dire 37.000 studenti che pronunciano il discorso di commiato…
37.000 rappresentanti di classe…
92.000 contralti che cantano assieme…
340.000 atleti che marciano impettiti…
2.185.697 paia di Ugg.
Ma perché limitarci unicamente al liceo?
Dopotutto, lo state per lasciare definitivamente.
Allora mettetela in questi termini: anche se foste uno su un milione, in un pianeta abitato da 6,8 miliardi di persone ci sarebbero altre 7000 persone nella vostra stessa condizione.
Immaginate di trovarvi lungo i marciapiedi di Washington Street il giorno della maratona e di vedervi sfilare davanti 6800 atleti uguali in tutto e per tutto a voi.
E considerate per un attimo il quadro complessivo: il vostro pianeta, ve lo ricordo, non è il centro del suo sistema solare, il vostro sistema solare non è il centro della sua galassia, e la vostra galassia non è il centro dell’universo.
Gli astrofisici ci assicurano in effetti che l’universo non ha un centro; perciò non potete esserlo voi.
Non può esserlo nemmeno Donald Trump – e forse qualcuno dovrebbe dirglielo –, anche se la sua pettinatura è indubbiamente fenomenale.
«Ma Dave», ribatterete, «Walt Whitman mi dice che sono la mia versione personale della perfezione!
Epitteto mi dice che ho la scintilla di Zeus!»
E io non mi permetto di dissentire.
Abbiamo dunque 6,8 miliardi di esempi di perfezione, 6,8 miliardi di scintille di Zeus.
Ma se tutti sono speciali, non lo è nessuno.
Se tutti vincono un trofeo, i trofei non hanno più alcun significato.
Nella competizione tacita ma sottilmente darwiniana che ci mette l’uno contro l’altro – e che deriva, io credo, dalla paura della irrilevanza, figlia a sua volta dell’angoscia per la nostra condizione mortale –, noi americani siamo arrivati ad apprezzare più i riconoscimenti dei risultati, danneggiando inconsciamente noi stessi.
Siamo arrivati a considerarli il fine, l’obiettivo – e siamo felici di compromettere i nostri standard, o di ignorare la realtà, se sospettiamo che sia il modo più rapido, o l’unico modo, per avere qualcosa da esibire sulla mensola del caminetto, qualcosa con cui mettersi in posa, qualcosa di cui vantarsi, qualcosa su cui fare leva per conquistare una posizione più elevata nella scala sociale.
Non conta più come giocate, e neppure se vincete o se perdete, se imparate o se crescete, e neanche se vi divertite.
L’unico ragionamento è: «Che cosa me ne viene in tasca?».
Di conseguenza, non apprezziamo più lo sforzo in sé, e costruire un ospedale in Guatemala serve più a guadagnarsi l’accesso al Bowdoin College che a promuovere il benessere dei guatemaltechi.
È un’epidemia…
E per certi versi non ne è immune neppure la vecchia e cara Wellesley High – uno dei migliori tra i 37.000 licei del paese, dove un buon rendimento scolastico non è più abbastanza buono, dove il B è il nuovo C e il programma di livello intermedio è stato ribattezzato Advanced College Placement.
Come avrete notato, ho definito il nostro liceo «uno dei migliori».
L’ho definito «uno dei migliori» per incoraggiare una percezione più positiva di noi stessi, per enfatizzare la nostra qualità, sebbene in termini vaghi e non verificabili, per legittimare in qualche modo la nostra appartenenza all’élite, da chiunque sia composta, e per assaporare una supremazia percepita sulla concorrenza percepita.
Ma quell’inciso va contro la logica.
Per definizione ci può essere un solo migliore.
O sei il migliore o non lo sei.
Se avete imparato qualcosa negli anni che avete trascorso qui dentro, è – spero – che l’educazione dovrebbe promuovere non tanto il vantaggio materiale, quanto il piacere dell’apprendimento.
Avrete capito anche – spero – che, come diceva Sofocle, la saggezza è la chiave della felicità.
(Il secondo elemento della felicità, per vostra informazione, è un buon gelato.) Spero anche che abbiate imparato abbastanza da rendervi conto di quanto siano limitate le vostre conoscenze – di quanto siano limitate oggi…in questo momento…perché oggi è solo l’inizio.
Quello che conta è dove arriverete partendo da qui.
Perciò, nel momento in cui ritirate i vostri diplomi, e prima che ve ne andiate per la vostra strada, vi esorto a fare tutto ciò che fate solo e soltanto perché vi piace e perché credete nella sua importanza.
Non accettate un lavoro in cui non credete, così come non sposereste una persona di cui non siete innamorati, solo per paura di ritrovarvi anche voi tra i «perdenti».
Resistete alle facili attrattive dell’autocompiacimento, al luccichio del materialismo, alla paralisi narcotica dell’autoglorificazione.
Siate degni dei vostri vantaggi.
E leggete…Leggete in continuazione…
Leggete per principio, per rispetto verso voi stessi.
Leggete per nutrire la vostra mente.
Sviluppate e mantenete una sensibilità morale e dimostrate la forza di carattere che occorre per applicarla.
Sognate in grande.
Lavorate sodo.
Pensate con la vostra testa.
Amate incondizionatamente tutto ciò che amate, e tutti coloro che amate.
E fatelo, vi prego, con un senso di urgenza, perché ogni ticchettio dell’orologio riduce ulteriormente il tempo che avete a disposizione; così come ci sono degli inizi, ci sono anche delle fini, e in quella eventualità non potrete godervi la cerimonia, anche se si svolgerà in un pomeriggio pieno di sole.
La vita appagante, la vita distintiva, la vita che lascia il segno è una conquista, non una graziosa regalia che piove dal cielo perché siete delle brave persone o perché la mamma l’ha ordinata al droghiere.
Ricordatevi che i padri fondatori fecero l’impossibile per assicurarvi il diritto inalienabile alla vita, alla libertà e al perseguimento della felicità – «perseguire» è un verbo d’azione che lascia, mi sembra, poco tempo per guardare dei pappagalli che schettinano su YouTube.
Il primo presidente Roosevelt, il vecchio Rough Rider, esaltava la vita dura.
Thoreau voleva mettere la vita alle corde, vivere una vita intensa e succhiarne tutto il midollo.
La poetessa Mary Oliver ci dice di remare, remare nel turbine e nella tempesta.
Qui da noi, qualcuno – non ricordo chi – invita di tanto in tanto i giovani studenti a «vivere nel presente».
Il senso è lo stesso: datevi da fare, mettetevi sotto.
Non aspettate che vi colga l’ispirazione o la passione.
Alzatevi, uscite, esplorate, trovatela voi stessi, e stringetela con tutte e due le mani.
(Adesso, prima di scappare via e di andare a farvi tatuare la sigla YOLO sulla pelle, lasciatemi sottolineare l’illogicità di quell’acronimo che va tanto di moda – perché voi potete e dovete vivere non solo una volta, ma ogni singolo giorno della vostra vita.
Anziché «You Only Live Once», dovrebbe essere «You Live Only Once», ma siccome YLOO non suona nello stesso modo, scrolliamo le spalle e decidiamo che non ha importanza.)
Ma questo orientamento al presente, questo desiderio di vivere appieno la vita perché ce n’è una sola, non dovrebbe essere interpretato come un’autorizzazione all’autoindulgenza.
Al pari dei riconoscimenti, una vita appagante è una conseguenza, un sottoprodotto gratificante.
È quello che vi accade quando pensate a cose più importanti.
Scalate la montagna non per piantarci la vostra bandiera, ma per vincere la sfida, respirare l’aria pura e godervi il panorama.
Scalatela per vedere il mondo, non per farvi vedere dal mondo.
Andate a Parigi per visitare Parigi, non per cancellarla dalla vostra lista e congratularvi con voi stessi perché siete cosmopoliti.
Esercitate il libero arbitrio e il pensiero creativo e indipendente non per le soddisfazioni che vi procureranno, ma per il bene che faranno agli altri, il resto di quei 6,8 miliardi di persone, e a coloro che verranno dopo di loro.
Così scoprirete anche voi la grande e curiosa verità dell’esperienza umana: aiutare gli altri è la cosa migliore che possiate fare per voi stessi.
Le più grandi gioie della vita, dunque, vengono solo dalla consapevolezza di non essere speciali.
Perché ognuno è speciale.
Congratulazioni, e buona fortuna.
Costruitevi, per il vostro e per il nostro bene, una vita straordinaria.

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