Cesare Pavese
Cara Pierina[…]

Cesare Pavese Cara Pierina[…]

Cesare-Pavese-cara-pierinaCara Pierina,
ho finito per darti questo dispiacere, o questa seccatura, ma credi non potevo far altro.
Il motivo immediato è il disagio di questa rincorsa dove, non ballando e non guidando, resto sempre perdente, ma c’è una ragione più vera.
Io sono, come si dice, alla fine della candela.
Pierina, vorrei essere tuo fratello – prima di tutto perché così ci sarebbe tra noi un legame non futile, e poi perché tu mi potessi ascoltare e credere con fiducia.
Se mi sono innamorato di te non è soltanto perché, come si dice, ti desiderassi, ma perché tu sei della mia stessa levatura, e ti muovi e parli come, da uomo, farei io se, invece d’imparare a scrivere, avessi avuto il tempo d’imparare a stare al mondo.
Del resto, c’è la stessa eleganza e sicurezza in quello ch’io ho scritto e nelle tue giornate. So quindi a chi parlo.
Ma tu, per quanto inaridita e quasi cinica, non sei alla fine della candela come me.
Tu sei giovane, incredibilmente giovane, sei quello ch’ero io a ventott’anni quando, risoluto di uccidermi per non so che delusione, non lo feci – ero curioso dell’indomani, curioso di me stesso – la vita mi era parsa orribile ma trovavo ancora interessante me stesso.
Ora è inverso: so che la vita è stupenda ma che io ne son tagliato fuori, per merito tutto mio, e che questa è una futile tragedia, come avere il diabete o il cancro dei fumatori.
Posso dirti, amore, che non mi sono mai svegliato con una donna mia al fianco, che chi ho amato non mi ha mai preso sul serio, e che ignoro lo sguardo di riconoscenza che una donna rivolge a un uomo?
E ricordarti che, per via del lavoro che ho fatto, ho avuto i nervi sempre tesi e la fantasia pronta e precisa, e il gusto delle confidenze altrui?
E che sono al mondo da quarantadue anni? Non si può bruciare la candela dalle due parti – nel mio caso l’ho bruciata tutta da una parte sola e la cenere sono i libri che ho scritto.
L’amore è come la grazia di Dio – l’astuzia non serve.
Quanto a me Pierina, ti voglio bene, ti voglio un falò di bene.
Chiamiamolo l’ultimo guizzo della candela.
Non so se ci vedremo ancora, io lo vorrei … in fondo io non voglio che questo, ma mi chiedo sovente che cosa ti consiglierei se fossi tuo fratello.
Purtroppo non lo so.

(Bocca di Magra, agosto 1950)

Letta da Giorgio Albertazzi

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