Citazioni

Cassano-Zoli
E il depresso […]

Professor Cassano, della depressione come malattia si comincia a parlare.
Finalmente, è il caso di dire.
Ma ancora scarsa, troppo scarsa, è la conoscenza che se ne ha a livello comune e – mi consenta di dirlo subito – anche a livello di molti medici, specialisti compresi.
«Solo lei può aiutarsi, che cosa vuol mai che faccia una medicina? Esca, vada al cinema, veda gli amici », ti dicono.
O son capaci addirittura di stupirsi: «Depressa lei? E dire che non è nemmeno una casalinga».
Come se si trattasse di una malattia professionale, per frustrate.

È vero, fanno così amici e parenti, e molte volte anche il personale sanitario: «Sforzati, reagisci.
La vita è dura per tutti, che cosa credi? Bisogna scuotersi, devi farcela con le tue forze ».
Sono i soliti luoghi comuni, frasi ovvie quanto gratuite.
È il trionfo del common sense, la psicologia del senso comune, che passa, storicamente, da un errore all’altro.
E il depresso, oltre che disperato, si sente colpevole.
Inferiore agli altri.
Un incapace, un debole se non un vile, che si approfitta di quanti lavorano e si sacrificano per lui.
Avverte così la riprovazione e il disprezzo degli altri.
Ma a questi altri – parenti, amici – come farne una colpa? Il guaio della depressione è proprio questo: si confonde con vissuti universali quali il dolore, lo sconforto, la noia, che appartengono all’esperienza di tutti.

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