Caro amico ti scrivo….
dedicato alla mia generazione.

Caro amico ti scrivo…. dedicato alla mia generazione.

“Caro amico ti scrivo così mi distraggo un po’
e siccome sei molto lontano più forte ti scriverò.
Da quando sei partito c’è una grossa novità,
l’anno vecchio è finito ormai
ma qualcosa ancora qui non va.”

Mi pare ancora di sentire mio nonno quando ero poco più di una bambina e poi tanti anni dopo il mio babbo, quando dicevano: “Cosa ci stiamo ancora a fare qui? Ci si guarda intorno e non c’è più nessuno. Gli amici, i parenti, le persone che sono state nella nostra vita non ci sono più.” Avevano 90 anni entrambi ….. Io non ne ho ancora sessanta eppure sono già anni che penso la stessa cosa e soprattutto che la vivo dentro di me.
Ed è una sensazione tristissima.
Quando l’altro giorno mi sono alzata e, come sempre, ho aperto Repubblica online per prima cosa, sono rimasta a guardare quel titolo: Lucio Dalla è morto. Lo guardavo e non riuscivo a capire, non poteva essere vero. Era un amico che mi aveva accompagnato in tutta la vita. Quanti cori abbiamo fatto sulle corriere con le sue canzoni, con quelle di Battisti, di De André o di Guccini. Sono stati loro i veri compagni della mia giovinezza. Le loro canzoni si legavano ai miei sogni, alle mie ribellioni e poi, man mano, ai fatti della vita.
Compagni di sempre, amici per la vita. Guccini e Dalla li conobbi e li vidi diverse volte, quando abitavo a Bologna ed facevo parte della Comunità di Emmaus (quella dell’Abbé Pierre, la comunità degli stracciaioli).
Non lontano da dove era la nostra comunità (la Beverara a Bologna) c’era una osteria, una di quelle vere e qualche volta con Carlo (al secolo veramente era Padre Carlo, gesuita e operaio) si portava qualche ospite della comunità a farsi “un’ombra” di vino sotto il nostro controllo. La comunità ospitava persone con problemi di ogni genere e quindi il vino non faceva certo parte della dieta quotidiana. E lì alle “Tre rose” (mi pare fosse questo il nome) spesso si trovava Guccini e qualche volta, più raramente, Dalla. Se ne stavano lì a bere e canterellare, alle volte suonavano qualcosa, ma nulla a che vedere con i concerti o simili, era un cantare privato, tra amici, il classico ritrovarsi all’osteria.
Quando ho visto che Lucio Dalla se ne era andato sul “terrazzino” mi è venuto un magone allucinante e piangendo ho ripensato a tante cose del passato legate alle sue canzoni. La mia generazione è stata fortunata: siamo stati in compagni dei più grandi cantastorie del mondo. Poeti del quotidiano, ribelli in una società basata sul perbenismo (certamente molto meno ribelle è stato Lucio Battisti), menestrelli dell’impossibile.
Ricordo mia madre in lotta perenne con me anche per la musica, mi aveva proibito Fabrizio De André e io per ribellione continuavo a strimpellare sulla mia chitarra e a cantare “via del Campo”. Quanti di noi hanno deciso di imparare a suonare la chitarra sull’onda di quelle canzoni? Io di sicuro lo feci per quello. Sedersi con gli amici, alle riunioni prima politiche poi sociali, e finito il “lavoro impegnativo” si suonava e si cantava e ci si sentiva vicini, amici, una cosa sola. Come non ricordare le mani che si stringevano, gli occhi che si cercavano, il desiderio di condividere qualcosa che sentivamo dentro e che veniva creato da quella atmosfera. Sì, per me le loro canzoni erano magia pura, erano poesia che sentivo profondamente mia.
Ho ritrovato un quaderno di allora, ero sedicenne forse, con le mie canzoni, scritte sull’onda e nell’incantesimo dei momenti creati da loro.
Mi risuona nelle orecchie il suono della chitarra suonata da Silvana e tutti noi che cantavamo “4 marzo 1943” o “Disperato erotico stomp” e tutte le altre canzoni di quei cantastorie che hanno dato ideali alla mia generazione.
Perché in fondo sono stati anche loro a rendere la mia generazione così diversa dalle successive. Abbiamo vissuto gli albori del ‘68, la lotta di classe, il maoismo, il terrorismo rosso, Lotta Continua, e via via tanti avvenimenti che hanno cambiato profondamente la nostra società.
Ma ad accompagnare tutto questo, nelle cose giuste e in quelle sbagliate, la musica era la amalgama fondamentale, in quelle canzoni ci siamo ritrovati e abbiamo vissuto. Quanti di noi legano a questi nomi il primo amore, l’episodio che ha cambiato la loro vita o altri momenti speciali? Io ne ho infiniti di ricordi così e me li tengo stretti stretti e ora piango Lucio come una parte della mia vita, forse la parte più bella, quella dei sogni e delle speranze. Quella in cui ero convinta di potere cambiare il mondo e renderlo migliore, quella in cui tutto sembrava possibile, quella in cui l’amicizia era tutto e in nome dell’amicizia tutto si poteva fare.
Ecco perché scrivo con le lacrime che mi scivolano sul viso e mi sento come prima di me il mio babbo e il mio nonno: “Dove se ne vanno tutti?” Sto restando sempre più sola.
E allora penso ad un posto in cui tutti ci si ritroverà a cantare, ad essere amici. E non saremo noi a strimpellare e cantare stonate note imitando “loro”, ma saremo insieme e canteremo insieme in un unico grande coro di amici.
E questo mi consola e mi fa vedere un po’ di luce oltre il buio che in questo momento mi circonda, ma le lacrime non smettono di scorrere…..

La mia firma con la zampa d'orso!

 

 

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